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Franco Federici

SILENZIO

Mancanza completa di suoni, rumori, voci (1306 Iacopone Da Todi)

Mancanza di corrispondenza epistolare (1556 Della Casa)

Congiura del silenzio

Rompere il silenzio

Vivere nel silenzio

Silenzio profondo

Ridurre al silenzio

Silenzio di morte

Silenzio glaciale

Vita silenziosa

Natura silenziosa

Ma cosa è il silenzio del quale parliamo stasera?

NEUROBIOLOGIA DEL SILENZIO

Parleremo dunque del silenzio come rappresentazione.

E si intenderà per rappresentazione la definizione che Marvin Minsky ne da: struttura che può essere usata per un certo scopo come sostituto di qualcos’altro, così come si può usare una pianta come sostituto di una città reale. Il termine può nel nostro caso essere integrato con quello di modello fruendo dallo stesso Autore il concetto di “qualunque struttura si possa usare per simulare o prevedere il comportamento di qualcos’altro”.

Il silenzio insomma è il prodotto del suo contrario. E’ un evento per la cui lettura-interpretazione sarà opportuno inoltre utilizzare il concetto di Gestalt: con tale termine si fa riferimento all’emergere inatteso, da un sistema complesso di un fenomeno che non sembrava inerire alle parti separate di quel sistema.

Questi fenomeni emergenti o collettivi dimostrano che il tutto è più che la somma delle sue parti. Di solito tuttavia un ulteriore ricerca dimostra che tali fenomeni possono essere spiegati completamente una volta che si prendano in considerazione anche le interazioni fra quelle parti come pure le peculiarità e le deficenze delle percezioni e delle aspettative dell’osservatore.

Sembra che non vi sia alcun principio importante comune ai fenomeni che di volta in volta sono stati considerati emergenti, tranne l’incapacità di comprenderli da parte dei loro contemporanei. Dice Minsky che è per questo che le concezioni olistiche tendono a diventare pastoie scientifiche quando fiaccano la nostra determinazione a estendere le frontiere della nostra comprensione. Va esaminato l’effetto che una parte di un sistema ha su un’altra parte della realtà. Ricordando che nella storia della scienza quasi tutti i fenomeni sono stati presto o tardi spiegati in termini di interazione fra parti prese a due a due.

Si può continuare ricordando con W. S. McCulloch che con la mente si fa riferimento a idee e scopi e con il termine reti neurali e organizzazione encefalica si fa riferimento alla sostanza ed al processo.

Sostanza e processo sono familiari ad ogni fisico come massa ed energia nello spazio e nel tempo. Ma quando noi stessi pensiamo così collochiamo idee e scopi nel regno del discorso e non li attribuiamo ai fenomeni che osserviamo, cioè noi osserviamo un tipo di ordine o di costanza nel flusso di eventi.

Ogni oggetto che riconosciamo rappresenta una qualche forma di costanza e regolarità.

L’esistenza di questi oggetti è la prima legge dei nostri saperi.. Ma cogliere queste invarianze nella variabilità richiede di entrare nell’ottica di quella che chiamiamo la fisica teorica con la necessità d’uso della logica e della matematica. Quando obblighiamo sulla base dei principi della fisica noi stessi a fornire una spiegazione di ogni sé stesso come parte del mondo fisico dobbiamo attenerci alle sue regole e dimostrare in termini di massa, energia, spazio e tempo ciò che sta avvenendo, così il fisico teorico diventa neurofisiologo, non dimenticando che deve rispondere al quesito se la fisica teorica è una cosa che può essere discussa in termini di neurofisiologia. Se a questo problema si risponde no, si resta un fisico puro, ma se si risponde si, si rischia di diventare un metafisico.

Qui oggi diamo per supposto che abbia ragione N. Wiener quando afferma che l’informazione è ordine e propone di misurarla per mezzo dell’entropia negativa. Se accettiamo questa sua proposta le idee vanno allora analizzate come informazione e la sensazione diventa un accoppiamento entropico tra noi e il mondo fisico. Dunque la nostra conoscenza del mondo, la nostra conversazione, dice McCulloch anche il nostro pensiero creativo, sono perciò limitati dalla legge dell’informazione che non può mai aumentare mentre attraversa il cervello o un computer. In realtà noi approcciamo gli oggetti da comprendere non veramente liberi da pregiudizi, ma avendo modelli precostituiti d’uso che forniscono riferimenti per le nostre interpretazioni. Le conoscenze che noi avevamo del funzionamento del cervello, partendo dal presupposto di una normalità codificata o presunta iniziavano sempre da una comprensione non di descrizione positiva, interpretativa, ma da una desunta che apprezza negativamente o per sottrazione.

Nessuna presentazione del Dottor Cervello riesce in modo corretto a raccontare dei suoi cento miliardi di neuroni (si ritiene che possano essere mille). Ognuno di essi ha 60.000 connessioni in grado di recepire un milione di dati. La struttura è fatta da centosessantamila km di fibre collegate da cento (mille) bilioni di sinapsi, fibre nelle quali gli stimoli corrono a velocità di centotrenta m/s (470 km l’ora). Ogni 10 secondi il cervello riceve dieci milioni di informazioni: quattro milioni attraverso il sistema percettivo visivo, cinque milioni attraverso la pelle, trecentomila mediante il sistema acustico, il resto attraverso l’olfatto e il gusto. Così il Dottor Cervello smette di essere una metafora e diviene la più vasta concentrazione di funzioni di programmi di meccanismi di memoria, di adattamento alle risposte che sia concentrato nel più piccolo territorio conosciuto e nel caso specifico possiamo dire da pochissimo conosciuto se possiamo ricordare con Hubel che nel 1958 ci si interrogava sulla funzione del corpo calloso ritenendo che esso fosse una struttura di sostegno.

In questa conversazione si toglie spazio alle interpretazioni psicologiche classicamente intese per dare rilievo alla moderna lettura delle dinamiche cerebrali (più preciso dire di reti neurali) che costituiscono la “natura” della cognitività.

E’ necessario precisare che nel contesto dei 10 milioni di imput che ogni 10/s interessano il cervello, vanno esaminati i meccanismi di apertura, facilitazione, attesa, rindondanza che sottendono l’attività di scelta. Si fa riferimento cioè a dinamiche neurali che preferenzialmente influiscono sui processi di scelta utilizzando le regole del “cervello”.

L’attesa di un motivo risolutore nello svolgimento di una cattiva elaborazione musicale si realizza perché il “bello” prevale sulla cattiva musica oppure perché ciò corrisponde a regole di funzionamento delle reti che acquisiscono i processi acustici correlandoli con dati di scelta e di memoria che fanno parte strutturale della normativa funzionale dell’encefalo? Se non sono criteri di scelta che derivano nell’istante dell’apprezzamento del concetto del bello e del brutto ma da una regola che coordina questo rapporto è ragionevole ritenere che questa processualità si svolge all’interno di una dinamica dei processi cerebrali che governano la conoscenza secondo norme che è almeno necessario indagare. Senza impugnare le tesi della “mente inventata” è indubitabile però che le scelte sequenziali o in parallelo sottendono il funzionamento non soltanto di reti neurali che hanno come supporto il silicio ma anche quelle che strutturano le nostre coscienze.

Si usa questo duro termine per mettere in atto il riconoscimento del ruolo delle strutture nervose che nella loro integrazione, associazione, gerarchizzazione, costituiscono processi di apprendimento che tra eredità biologica ed eredità culturale determinano, rappresentano, strutturano fenomeni di coscienza.

Le conoscenze e lo studio delle strutture nervose non consentono più di ipotizzare una psicologia dei processi cognitivi che non faccia i conti con le basi materiali della mente. Non si tratta di proporre una integrazione materialistica dell’intelletto ma piuttosto di sapere quanto sia improponibile sulla base delle conoscenze che abbiamo di non prendere in considerazione i fenomeni che divengono criteri, che sottendono le dinamiche neurali che divengono pensiero.

Quello che qui si intende dire e che bisogna cogliere è che i modelli cognitivi idealizzati che sottendono le scelte implicano “ incorporamento concettuale” e che questo si realizza mediante attività somatiche prima del linguaggio che “pensa” la scelta.

La categorizzazione fa uso dell’incorporamento concettuale che permette l’eterogeneità e la complessità della genuina categorizzazione umana.

A differenza che nella grammatica generativa le regole nella ipotesi che si sta sviluppando, si acquisiscono non solo attraverso la esperienza linguistica e i significati scaturiscono perché i concetti sono incorporati.

Lo schema sorgente-percorso-obbiettivo emerge dal funzionamento del nostro “corpo”, pervade la nostra esperienza, è ben strutturato e chiaramente compreso. Gli schemi contenitore, la struttura gerarchica parte-tutto, alto-basso, collegamenti, la struttura radiale centro-periferia, ordine lineare sono in sostanza correlabili con i modelli mentali che usiamo per rappresentare e capire i modelli funzionali del cervello.

Franco Federici

CONVEGNO: DALL'E-BOOK ALL'E-LEARNING

Un breve viaggio a ritroso nel tempo ed eccoci catapultati là dove non esisteva letteratura scritta.

I racconti, le tradizioni, i testi poetici erano tramandati a voce; era indispensabile la presenza fisica dell’ascoltatore….. oggi questo avviene nel teatro e nelle aule di tutte le scuole. Entravano in gioco parola, udito, suono, vista, movimento ed espressioni del volto e della voce del narrante, disposizione fisica dell’ascoltatore, contesto ambientale, attenzione/disattenzione dei presenti, interazione o meno dei medesimi con l’agente del racconto poetico o narrativo.

Nasce la scrittura, con essa nasce la letteratura.

Altri strumenti: papiro, pietra, carta, coccio, pelle conciata, infine carta. Ognuno degli elementi usati per la trasposizione dei testi occupa tempo di lavoro e spazio fisico per la conservazione.

Ognuno porta con sé un messaggio plurimo, fatto da un lato di segni che sono parole e concetti, segni per convenzione corrispondenti a fonemi ma anche a immagini come nelle lingue iconiche, dall’altro lato di consistenza fisica al tatto, all’odorato, all’ascolto (fruscio della carta, ad es., rumore ambientale..).

Ognuno implica interazioni sinestetiche e connessioni con la memoria: se ad esempio l’odore richiama un’esperienza di precedente lettura, avviene un rimando mentale ad altro testo precedentemente letto, anche se concettualmente “sconnesso” rispetto al tema trattato.

Si potrebbe continuare a lungo su questa linea. Ciò che si vuol sottolineare è il coinvolgimento a tutto tondo dell’attività mentale e sensoriale in fase di approccio al testo scritto.

E’ forse utile al riguardo una breve digressione mediante un richiamo al Baudelaire degli “Scritti sull’arte”, là dove il critico Baudelaire parla del colore: “L’armonia è la base della teoria del colore. La melodia è l’unità del colore o il colore generale. La melodia esige una conclusione; è un insieme dove tutti gli effetti concorrono ad un effetto generale.” Richiamando un brano di Hoffmann relativo all’ascolto della musica che si conclude con queste parole “ L’odore delle candele brune e rosse soprattutto produce un effetto magico su di me. Mi fa cadere in una profonda fantasticheria, e sento allora come in lontananza i suoni gravi e profondi dell’oboe.”, Baudelaire prosegue chiedendosi “ se lo stesso uomo possa essere a un tempo un grande colorista e un grande disegnatore” [……]. Ammettendo che “vi sono diverse specie di disegni”, arriva a concludere che “I disegnatori puri sono filosofi ed estrattori di quintessenze. I coloristi sono poeti epici”.

Come si noterà è un continuo scambio mentale tra intelletto, sensi, emozioni quello che avviene nell’approccio fisico alla letteratura e all’arte.[1]

Tutto ciò è assolutamente modificato nell’approccio puramente viso/intellettivo al libro e alle immagini virtuali. Anche se la multimedialità rappresenta un passo avanti verso l’interazione delle componenti cerebrali e sensoriali, in realtà con chi interagisce la persona di fronte al video se non con se stessa, dal momento che “l’altro” è virtuale?

Cambiando la dinamica delle interazioni, il cervello non può che cambiare meccanismi per adeguarsi alla nuova meccanica di apprendimento… basti pensare alla difficoltà quasi insormontabile da un punto di vista mentale che persone non più giovani trovano nell’approccio al computer in genere.

Qui la parola spetta doverosamente allo specialista dei meccanismi cerebrali.

Un’ultima osservazione riguarda la perdita di inibizione nello scritto che si osserva costantemente nelle chat lines, quasi ad indicare che lo scrivente non teme il giudizio di un interlocutore fisicamente non presente, neppure a livello mentale. Per riscontrare analoga perdita di inibizione nei libri scritti, sono stati necessari tempi molto più lunghi; cosa ha determinato una così rapida capacità di perdita inibitoria?

A PROPOSITO DI BRAINFRAME

L’uso delle nuove tecnologie fa sviluppare “all’interno del cervello e del pensiero” cornici in cui queste tecnologie sono inquadrateche preparano ad un rapporto ottimale rispetto ad esse per rendere efficace il loro impiego. Cornici che strutturano reti mentali (cerebrali?) che De Kerckhove definisce Brainframe.

Il Brainframe si basa su due assunti collegati tra loro.

1) Le tecnologie della comunicazione hanno profondi effetti sulla mente dell’uomo.

2) Esse influenzano la mente “inquadrandone” il cervello e subendone contemporaneamente e retroattivamente l’azione di “inquadramento”.

L’idea generale che sta sotto tutto ciò può essere così sintetizzata: ogni tecnologia di trattamento delle informazioni “incornicia” i processi neurali in una struttura che spinge, stimola il cervello a strutturare un modello corrispettivamente diverso ma ugualmente efficace di interpretazione della realtà fornita.

Il Brainframe è dunque la struttura di rete specifica che corrisponde ad una determinata tecnologia su cui fanno leva le funzioni cognitive ed emotive del pensiero.

Per esempio quando l’uomo è alfabetizzato ha strutturato un Brainframe che ha determinato un certo modo e una certa maniera per organizzare le informazioni. Insomma per continuare l’esempio la capacità di leggere e di scrivere ha posto le basi per lo sviluppo delle abilità di classificazione degli input secondo la struttura alfabetica.

Allora esistono fenomeni di presentazione dell’informazione “implicati” da una determinata tecnologia che creano tipici Brainframe. Così una presentazione obbliga il cervello a ricorrere a una specifica strategia.

Oltre a quello alfabetico vi sono altri tipici Brainframe per esempio il videoframe imposto dalla televisione. Il videoframe televisivo con il gioco del telecomando monta immagini e attiva emozioni e sensorialità; in un gioco di immediato trasferimento determina una assuefazione allo zapping che è caratterizzata da una dipendenza dovuta alla ricezione proveniente da diversi canali sensoriali (vista, audio, tatto). Per certi versi è una operazione che sembra escludere la libertà e la volontà intenzionale di guardare.

Ma l’interesse fondamentale qui fa riferimento al videoframe informatico che si colloca in una posizione intermedia rispetto al Brainframe alfabetico e a quello televisivo. Il computer propone uno spazio elettronico di transizione che ha alcune qualità della scrittura e alcuni elementi tipici della televisione.

Il computer fornisce un testo elettronico che non mette in discussione gli attributi essenziali della scrittura e le modalità implicite di trattare gli input dell’informazione, ma il cambiamento avviene sul piano della forma e d’altro canto consentendo di interagire con lo schermo con l’uso delle interfacce disponibili. Insomma il computer induce immediatezza, immersione, coinvolgimento emotivo e corporale del videoframe televisivo. Ma tastiera, mouse, consentono di partecipare a ciò che avviene sullo schermo e l’interfaccia diviene il luogo-struttura dell’elaborazione delle informazioni. Naturalmente esiste il vincolo indotto dal protocollo procedurale del computer e alla fine il videoframe informatico da questo punto di vista è prescrittivo quanto quello televisivo anche se lascia uno spazio per scelte determinate dalla riflessione autonoma.

L’uso del concetto di Brainframe postula che il cervello sia la struttura in cui i fenomeni tecnologici si traducono in psicologia e si trasformano in cultura e organizzazione delle risorse che preservano una quota di libertà e di intenzionalità.

I substrati biologici utilizzati dai vari tipi di Brainframe fanno riferimento alle organizzazioni funzionali del cervello e dell’occhio. La lateralizzazione funzionale definisce il criterio della diversa competenza nell’espletamento di differenti processi cognitivi. Con una sintesi esemplificatrice l’emisfero destro opera più nella elaborazione dei concetti di spazio e nella ricerca di contesti e configurazioni mediante l’uso di fenomeni di associazione, intuizione, immaginazione, simultaneità, integrazione. L’emisfero sinistro attua valutazioni cronologiche, trova e programma sequenze motorie attiva e impiega capacità di analisi, controllo, metodo, deduzione, astrazione, razionalità, direzione, differenziazione, oggettività, gerarchia, successione. Ma l’interazione che attuiamo con le tecnologie della comunicazione rendono necessario fare riferimenti al sistema visivo poiché esso in integrazione con il cervello struttura e configura una prima fase del Brainframe. Si potrebbe dire per esemplificare rispettando però gli aspetti neurofisiologici che i nostri due occhi sono formati da quattro semiocchi, due per ciascun lato del campo visivo. Di fatto le metà di sinistra sono governate dal lato destro del cervello mentre le metà di destra sono regolate dal lato sinistro. Quello che vediamo nell’emicampo sinistro viene compreso e acquisito globalmente mentre quello che vediamo a destra viene analizzato nei vari elementi strutturali. Non è superfluo ricordare che la fenomenologia funzionale dei nostri occhi è “divisa in due” come quella delle mani. Le due metà di sinistra afferrano il mondo mentre le due metà di destra lo scompongono nelle sue componenti. Va ancora precisato che pur se i vari segmenti dell’occhio sono esposti all’incirca alla stessa area di visione questa “non vede nello stesso modo”. E’ come se una parte dell’occhio vedesse semplicemente l’area mentre l’altra la analizza. Dunque l’informazione è la stessa ma è diversamente elaborata dalle specificità funzionali dell’encefalo. In sostanza la attivazione semicampo sinistro /emisfero destro fornisce l’insieme del materiale visivo mentre quella semicampo destro emisfero sinistro analizza il materiale visivo nei suoi costituenti. Dunque l’emisfero sinistro strutturato per l’attuazione della percezione temporale-sequenziale e collegato all’emicampo visivo destro è coinvolto nella interazione con Brainframe come quello del sistema logico simbolico della scrittura occidentale, mentre l’emisfero destro che attua criteri percettivi della spazialità connesso con l’emicampo visivo sinistro appare maggiormente attivato quando si è difronte a un Brainframe di tipo televisivo.

Se le tecnologie della comunicazione modificano le neuroreti (come dire il nostro cervello e la “nostra mente” ) diviene di grande interesse la ricerca e la verifica della natura della strutturazione del Brainframe indotto dalla interazione fra mente e cervello con il computer e le sue applicazioni studiando anche gli effetti della lateralizzazione in questo processo di interazione. Un utilizzatore comunque relaziona le due variabili collegate a due polarità: a)Lo stile di pensiero destro o sinistro improntato alla lateralizzazione emisferica.

b) Il grado di competenza alto o basso nell’uso di supporti informatici, ipertesti e nella navigazione multimediale.

Molti studi sono stati effettuati su questo argomento e i risultati ottenuti forniscono indicazioni sulla azione combinata della lateralizzazione, del grado di competenza, dell’abilità di orientamento nello spazio di un ipertesto elettronico con specifica valutazione sulla capacità di apprendere le informazioni contenute.

Ne derivano una serie di considerazioni che talvolta sono intuitivamente già supposte, altre fa comodo conoscere e ricordare.

1) Quando si è più esperti nell’uso del computer oltre che impiegare meno tempo dei meno esperti a consultare un ipertesto elettronico si usano, si sfruttano e si ricercano meglio le varie opzioni di lettura disponibile.

2) I soggetti con stile di pensiero destro e quelli con tipo di pensiero sinistro trascorrono più o meno lo stesso tempo sull’ambiente multimediale che in vari esperimenti è stato dato come campo di prova.

3) Dalle ricerche attuate si evidenzia che lo stile cognitivo destro favorisce un modo di immagazzinare le informazioni definibile come di tipo globale; questi soggetti esplorano più parti di quanto non lo facciano i soggetti con stile cognitivo sinistro che invece focalizzano la loro attenzione maggiormente sulle sezioni video-scritte forse perché meno settoriali e più sensibili al richiamo delle immagini dei suoni e delle animazioni.

4) Lo stile di pensiero sinistro incide nei criteri di ordine con cui vengono compiute le varie scelte durante la navigazione ipertestuale.

5) I “destri” nel senso accreditato effettuano più ritorni verso elementi selezionati in precedenza e questi ritorni consolidano l’apprendimento. Essi sono meno abili dei sinistri ad orientarsi e generalmente anche meno esperti nell’uso del computer ma il loro modo di muoversi all’interno dell’ipertesto conferma una loro maggiore creatività.

Le indicazioni che emergono sulla interazione uomo-computer possono trovare applicazioni di interesse in ambito educativo. Infatti l’uso della multimedialità che costrutturano il libro elettronico, palesa quali caratteristiche mentali, quali capacità e che tipo di apprendimento questa modalità di lavoro coinvolga e sviluppi. In ambito didattico l’obbiettivo è quello di strutturare programmi educativi che costruiti secondo le regole derivate possono massimizzare l’efficacia dell’apprendimento.

A PROPOSITO DI BRAINFRAME 2

Una delle radicali diversità tra mondo fisico e mondo biologico si fonda sull’”obbligo assoluto” per il primo di agire all’interno delle leggi della materia e per il secondo, in forza della sua complessità strutturale, dei suoi meccanismi e delle sue “invenzioni”, di esprimere la capacità di aggirare le leggi della fisica. E’ così che l’essere vivente segna i propri successi sottraendosi alla legge dell’entropia e costruendo processi cognitivi che costituiscono progetto, disposizione, adattamento del futuro umano. Epocalmente anche l’avvento delle nuove tecnologie comunicative rappresenta un importante momento di questa trasformazione. E la saggezza umana impone di dire “per ora”.

Se le tecnologie e le culture (dentro le quali si sviluppano) sono in costante dialogo in un ecosistema biologico, il cervello dell’uomo deve essere in costante dialogo con la tecnologia e la cultura.

Per le tecnologie fondate sul linguaggio c’è da dire che esse sono in grado di “incorniciare il cervello” sul piano dell’organizzazione neuronale e su quello dell’organizzazione cognitiva. In fondo ci troviamo di fronte a protesi del sistema nervoso centrale. E’ in questo senso che il brainframe è una modalità particolare e specifica che contribuisce alla visione del mondo. In un mondo scientifico nel quale le reti neurali artificiali mimano le capacità di apprendimento dell’uomo assistiamo allo strutturarsi di basali metafore cognitive che ci informano sul nostro cervello e sulla sua capacità di esprimere e attuare processi cognitivi. E’ difficile dire se stiamo fabbricando la possibilità di manipolare gli oggetti del pensiero ma con razionalità e attenzione dobbiamo cercare di sintetizzare la disponibilità di molteplici punti di vista per collocare gli oggetti delle nostre idee in strutture capaci di animarne il significato.

A PROPOSITO DI BRAINFRAME 3

Dovrei cominciare con il ricordare che il riconoscimento dei contrasti che fa riferimento a forme e luci ha inizio già nella retina i segnali tendono a divenire distorti nella loro trasmissione da una stazione all’altra fino alla corteccia e queste distorsioni potrebbero impedire ai centri superiori di cogliere le differenze di luminosità; è per questo che la retina trasmette ai centri superiori segnali già proporzionali alle differenze stesse. Il sistema visivo analizza dunque colore e forma e movimento delle immagini e lo fa sempre attraverso una analisi parallela. Così ogni zona della retina possiede sottogruppi di cellule gangliari su cui convergono gruppi di fotorecettori attraverso vie disposte in parallelo.

Gli interneuroni retinici modellano il segnale dei fotorecettori mentre lo trasmettono attraverso la retina. La retina proietta su tre regioni sottocorticali: l’area pretettale del mesencefalo, il collicolo superiore e il corpo genicolato laterale. Di queste tre regioni solo il corpo genicolato laterale elabora l’informazione visiva che determina la percezione visiva; l’area pretettale del mesencefalo usa le afferenze retiniche per produrre i riflessi pupillari mentre il collicolo superiore è responsabile attraverso i movimenti oculari dell’orientamento percettivo.

Passando poi alle proiezioni alle regioni sottocorticali e corticali si incontra il problema dell’incrociamento chiasmatico e delle specificità che vengono introdotte nel processo percettivo dalle caratteristiche funzionali delle diverse reti neurali emisferiche. Seguono le specificità introdotte dalla corteccia striata: a livello corticale le cellule di tutti gli strati non hanno campi recettivi circolari e rispondono solo a stimoli di forma allungata; il tutto con la eccezione di alcune formazioni cilindriche dette blob presenti negli strati più superficiali. Poi c’è da considerare che gioca un ruolo determinante la risposta costante all’orientamento dello stimolo che permette di riconoscere una stessa sagoma o riga qualunque sia la sua posizione nel campo visivo (invarianza di posizione) .

Si ricorda tutto ciò soprattutto per rilevare il ruolo della interposizione, della prospettiva lineare, della distribuzione delle ombre e della illuminazione e del movimento monoculare di parallasse nella acquisizione del materiale percepito e per ricordare che tutto ciò interviene in meccanismi che ineriscono alla acquisizione, anche cognitiva, del materiale percepito.

E’ solo una stringata, sintetica e parziale rappresentazione dei processi che entrano nella struttura della cornice percettiva che sono da considerare nello specifico dell’uso del computer.

SENSORIAL SUBSTITUTION

F.FEDERICI

TRANSFORMATIONAL TECHNOLOGIES OF THE VISUAL DEFINITION INTO ACOUSTICS

F.FEDERICI

HYPOTHESIS OF GESTALTIC-ACOUSTIC REPRESENTATION IN SENSORIAL PATHOLOGY

F.FEDERICI

NOTA BENE N°3

Rosellina Balbi nel 1980 dopo avere con competenza e spirito di novità commentato sul “Mondo” e sulla “Stampa” vicende e costumi del paese, si cimentò con Renato, neuropsichiatra e docente di Psicologia nell’Università di Napoli, nel “Lungo Viaggio al centro del cervello”. Un libro che rivisitava teorie della ricerca neurobiologica e illustrava, sostenendola, la tesi della evoluzione stratificata.

Renato Balbi è neurologo che di evoluzionismo si intende: certamente fu uno dei pochi, ma è corretto dire con ogni verosimiglianza anche l’unico nel paese, a consigliare di riflettere sull’uso della talidomide perché nel processo di sviluppo embrionale si poteva ipotizzare una alterazione strutturale interessante la fase di formazione degli arti. I casi di focomelia da uso di tale farmaco prima della sua sospensione, confermarono la correttezza della previsione.

L’esito fu un testo a quattro mani con Rosellina, un incontro fecondo tra una giornalista di grande bravura ed affermata (la sua morte fu commentata su Repubblica da Eugenio Scalfari), e un neurologo di prima qualità.

Proposero un “lungo viaggio all’interno del cervello” utilizzando un criterio incentrato sullo sviluppo dell’uomo in riferimento al processo evolutivo delle speci viventi. Si proponeva di stabilire analogie di sviluppo e correlazionistiche in riferimento alle tappe che introducevano un processo di autonomizzazione futuribile, che insisteva però su significati basali di differenziazione permanenti.

Il punto nodale della evoluzione stratificata è la legge di Haeckel secondo la quale l’ontogenesi ricapitola la filogenesi: l’embrione umano presenta via via caratteristiche simili a quelle rispettivamente dei pesci, degli anfibi, dei rettili e dei mammiferi inferiori.

Una obiezione rilevante è il rilievo che mentre l’istinto sessuale compare precocemente nella filogenesi, esso si presenta molto tardi nell’ontogenesi. La risposta a tale obiezione propone che strutture preposte alla sessualità sono biologicamente mature nell’ontogenesi molto prima della pubertà , ma lo sviluppo cerebrale, finché in corso, inibisce l’istinto sessuale. Inoltre l’assimilazione fra filogenesi e ontogenesi va fatta solo per ciò che riguarda lestrutture preposte al comportamento e non il comportamento in sé.

Il processo evolutivo nella sua globalità si realizza secondo una sequenza di 21 livelli che gli A.A. raggruppano in tre “superstrati”, ciascuno dei quali tende a conseguire uno specifico obbiettivo.

Le strutture del primo superstrato che regolano, la vita vegetativa, mirano allasopravvivenza. Le strutture del secondo superstrato, che controllano la vita affettiva tendono al conseguimento del piacere. Le strutture del terzo superstrato che sovraintendono alla vita intellettiva hanno come obbiettivo ciò che si ritiene utile e giusto.

Ciascun superstrato è costituito da sette livelli.

1°Superstrato

LIVELLO ZERO

Nella filogenesi è il livello di un essere unicellulare. Nell’ontogenesi corrisponde all’uovo fecondato; questo livello privo di strutture nervose non si stratifica nell’encefalo e il suo obbiettivo è la sopravvivenza della cellula stessa.

LIVELLO UNO

Nella filogenesi esso corrisponde allo stadio in cui l’antenato dell’uomo era simile a un celenterato; nell’ontogenesi al periodo che va dalla terza settimana dal concepimento alla settima, l’obbiettivo non è la sopravvivenza della cellula ma quella della struttura in formazione.

LIVELLO DUE

Nella filogenesi “eravamo” simili agli urocordati; il sistema nervoso esisteva solo nella parte posteriore del corpo e dava luogo a reazioni di difesa; nell’ontogenesi questa reazione compare nel periodo che va dalla settima settimana dal concepimento alla nona. Nella filogenesi gli arti sono assenti e nell’ontogenesi parallelamente la motilità del feto è limitata al tronco.

LIVELLO TRE

Filogenesi: siamo al cambriano superiore; l’antenato dell’uomo è simile all’anfiosso. C’è un sistema nervoso per la motilità di tutto il corpo che è indispensabile per la sopravvivenza (ricerca del cibo, difesa, offesa, funzioni vegetative). Nell’ontogenesi questo livello corrisponde al periodo compreso tra la nona e l’undicesima settimana dal concepimento. Gli stimoli che riceve ogni segmento corporeo determinano una reazione mediata dal sistema nervoso centrale.

LIVELLO QUATTRO

La tappa filogenetica che corrisponde a questo livello è il periodo siluriano, quando il nostro progenitore era simile a un pesce primitivo. Poiché abbandona il mare per l’acqua dolce quel pesce deve ricorrere ad un meccanismo omeostatico; al tempo stesso, per la prima volta nel corso dell’evoluzione fanno la loro comparsa in un organismo vivente le appendici locomotorie che consentono il nuoto. Nell’ontogenesi questo periodo va dall’undicesima settimana dal concepimento alla tredicesima. Anche se nel feto i movimenti predominanti sono quelli del tronco cominciano a prodursi i movimenti degli arti che si vanno strutturando.

LIVELLO CINQUE

Corrisponde nella filogenesi al periodo carbonifero. L’antenato dell’uomo è ora simile all’anfibio. Abbandona la vita acquatica, nel suo organismo compaiono le strutture che consentono la respirazione aerea, come pure i quattro arti, con la contemporanea formazione delle strutture nervose che controllano lo locomozione. Nell’ontogenesi questo livello corrisponde al quarto mese della vita intrauterina. Compaiono nel feto movimenti ritmici respiratori anche se in questo stato non sono necessari. La motilità degli arti è prevalente rispetto a quello del tronco e il sistema neuroendocrino controlla il metabolismo.

LIVELLO SEI

Nella filogenesi corrisponde al periodo perniano. Il nostro antenato è simile al rettile mammiforme. Essendosi la vita allontanata dall’acqua si regola l’omeostasi idrica e compare il riflesso di suzione che è il primo riflesso propriodei mammiferi. Nell’ontogenesi siamo al quinto sesto mese dopo il concepimento. C’è la prefigurazione della suzione, la regolazione dell’omeostasi idrica e l’attivazione di meccanismi che permetteranno al feto la vita extrauterina. Va sottolineato che come i rettili mammiformi costituiscono una specie oggi estinta, così in questo stadio dell’ontogenesi, la sopravvivenza del feto è solo teorica: la nascita al sesto mese pur esprimendo vitalità non riesce normalmente a sopravvivere.

LIVELLO SETTE

Nella filogenesi corrisponde al periodo triassico. Il progenitore dell’uomo è simile a un mammifero cioè al primo vivente che sviluppa l’omeotermia divenendo autonomo dalla temperatura ambientale. Per questo animale il senso più importante è l’olfatto, compare in lui il riflesso di prensione palmareche è la premessa del riflesso di raddrizzamento. Nell’ontogenesi questo livello corrisponde al periodo tra il settimo mese dal concepimento e la nascita. I feti che vengono alla luce sono in grado di sopravvivere ma hanno bisogno di protezione essendo privi di termoregolazione; il senso dell’olfatto è pronto al funzionamento e di fatto funzionerà non appena l’aria penetrerà nelle cavità nasali. L’obbiettivo in questo stadio è il mantenimento dell’omeostasi termica.

2° superstrato

LIVELLO OTTO

Nella filogenesi corrisponde al periodo giurassico, il nostro antenato è simile ai marsupiali, nuotatori e arrampicatori. Nell’ontogenesi è il periodo neonatale che comprende i primi quindici-trenta giorni di vita. Nei neonati si producono movimenti natatori. Le modificazioni dell’omeostasi danno luogo alla comparsa del bisogno, l’organismo viene indotto dunque ad un comportamento atto a riportare alla norma l’omeostasi stessa.

LIVELLO NOVE

Nella filogenesi questo è il livello corrispondente al periodo cretaceo quando il progenitore dell’uomo era simile ad un insettivoro. Nell’ontogenesi è il periodo che va dal quindicesimo-trentesimo giorno al terzo-quarto mese di vita.

Caratteristica di questa fase è la comparsa della pena (secondo mese) e deldiletto (terzo mese). Il comportamento tende a far aumentare la componente piacevole, strutturando la reazione circolare primaria. Se la relazione induce un risultato piacevole esso viene ripetuto, se il risultato è sgradito no. In questa fase il lattante acquista capacità di abitudini individuali. A questo punto l’obbiettivo non è più la soddisfazione dei bisogni ma del massimo piacere possibile.

LIVELLO DIECI

Corrisponde nella filogenesi al periodo paleocenico. Il nostro antenato è un roditore e precisamente uno scoiattolo, la mimica ha una funzione sociale, i riflessi condizionati non sono legati solo all’alimentazione; è possibile constatare l’inizio di processi di apprendimento; le vie ottiche si incrociano e si osservano i dettagli. A livello ontogenetico questo periodo va dal quarto mese fino al sesto. Compaiono le prime mozioni differenziate paura, collera, disgusto,rispetto al viso umano compare la reazione del sorriso.

LIVELLO UNDICI

Nella filogenesi si sta attraversando l’eocene quando il progenitore dell’uomo era simile a un carnivoro. Compare l’attività di memoria, si manifesta il senso del possesso, si distinguono gli amici dai nemici. Va notato che gli animali “fissati” in questa fase evolutiva sono tra i più aggressivi che si conoscono: le belve. Nell’ontogenesi è il periodo compreso tra il sesto e l’ottavo mese di vita. Il piccolo distingue se stesso dal mondo esterno e attraverso il possesso cerca di allargare il proprio io. Persone e cose acquistano un particolare significato affettivo; non sorride più a tutti ma solo a coloro che considera suoi amici. La ricerca del piacere si identifica con quella del possesso.

LIVELLO DODICI

Corrisponde nella filogenesi al tardo eocene quando il nostro progenitore era simile a un lemuroide o proscimmia. Compare la prensione digitale e con la manipolazione si apprendono nuovi schemi di azione . Il senso della vista si affina e la visione stereoscopica modifica il concetto di spazio. Nell’ontogenesi è il periodo compreso tra l’ottavo e il decimo mese. Compare la prensione digitale, il bambino non si limita a mettere in bocca l’oggetto ma lo tocca, lo esplora, lo identifica; i suoi atti sono volti a conoscere ciò che gli appartiene. Usa la visione stereoscopica e il concetto di spazio si allarga, comincia a trascinarsi carponi. Impara che certi oggetti anche quando non gli riesca di vederli esistono (se gli si nasconde un giocattolo lo aspetta: il giocattolo ha ora per lui una “durata”)

LIVELLO TREDICI

Corrisponde nella filogenesi all’oligocene. L’antenato dell’uomo era a quel tempo simile a una scimmia (attenzione non “era una scimmia” come si afferma arbitrariamente semplificando la teoria di Darwin). Compare l’imitazione con una scarsa capacità di cogliere il significato di ciò che si imita. Nell’ontogenesi è il periodo che va dal decimo al dodicesimo mese; attraverso le sue sperimentazioni il bambino scopre nuovi schemi d’azione (reazione circolare terziaria); ad esempio tira a sé una coperta per impadronirsi di un giocattolo che vi si trova sopra ma fuori portata per il suo braccio. Imita il linguaggio degli adulti anche se non lo capisce (in questo consiste per l’appunto lo “scimmiottare”). Comincia a distinguere le differenze di forma e di grandezza fra i vari oggetti che lo circondano. Con lo sviluppo delle proprie capacità il bambino acquista un nuovo sentimento: l’orgoglio.

LIVELLO QUATTORDICI

Nella filogenesi corrisponde al miocene. Il nostro avo era simile alle scimmie antropoidi, quelle cioè capaci di una “condotta con criterio”. Sono animali in cui la memoria è duratura e che dunque possono desiderare anche cose non visibili. Al momento essi nutrono ostilità o affetto verso esseri che in precedenti occasioni si dono dimostrati rispettivamente nemici o amici. Nell’ontogenesi è il periodo che va dal dodicesimo al quattordicesimo mese. Ora il bambino è in grado di risolvere gli stessi problemi che è in grado di risolvere lo scimpanzé. E’ passato dalla “fase sensomotoria” alla “fase della rappresentazione”: per ottenere un risultato è capace di rappresentarsi gli effetti delle proprie azioni. Nel campo delle emozioni in questo periodo si manifesta la gelosia.

3°superstrato

Siamo agli ultimi sette livelli di sviluppo, che costituiscono questo superstrato: non tendono più al raggiungimento del piacere (nell’uomo adulto l’unica condotta realmente motivata dall’edonismo è quella sessuale) ma nel raggiungimento di ciò che è “giusto” (nel qual concetto è compreso anche l’utile). Le azioni saranno perciò in rapporto, oltre che con gli elementi conoscitivi, con gli obbiettivi degli elementi precedentemente sviluppati cioè con quelli affettivi, in buona sostanza con i desideri. Il comportamento umano si fa più complesso essendo governato da una molteplicità di motivazioni.

LIVELLO QUINDICI

Corrisponde nella filogenesi al pliocene, il nostro antenato era simile all’australopiteco. E’ in posizione eretta e pur essendo il suo psichismo molto basso si procura alcuni strumenti di cui ha bisogno. Nell’ontogenesi si va dal quattordicesimo al diciottesimo mese. Il bambino acquista la posizione eretta, pronuncia parole, anche talora con difficoltà di comprensione da parte degli adulti; si registra la scomparsa della reazione podalica non afferra più gli oggetti con i piedi poiché ha superato lo stadio dei quadrumani. Si sviluppano i centri situati nel lobo frontale che permettono “la visione” del futuro.

LIVELLO SEDICI

Corrisponde nella filogenesi al pleistocene inferiore e medio, quando il nostro antenato era simile all’homo erectus. Credeva nella sopravvivenza dei defunti. Alcuni aspetti evolutivi di un linguaggio primitivo erano mezzo di comunicazione sociale. Nell’ontogenesi è l’ultimo periodo della prima infanzia che va dal diciottesimo al trentesimo mese. Il bambino cammina eretto e comprende il significato simbolico delle parole. Mediante l’imitazione assimila non soltanto il linguaggio ma anche il modo di pensare, di sentire e di agire delle persone che ai suoi occhi godono di prestigio.

LIVELLO DICIASSETTE

Corrisponde nella filogenesi all’età paleolitica (pleistocene medio e superiore ). Il nostro antenato appartiene ormai alla specie Homo sapiens. E’ un essere sociale, vive in comunità, non soddisfa i desideri che contrastano con l’esigenza del gruppo. Vive di caccia e di pesca. Rispetto alla causalità vi è una interpretazione di pensiero magico. Nell’ontogenesi è il periodo che va dal trentesimo-trentaseiesimo mese a tutto il quarto anno di vita. Emergono in opposizione alle tendenze imitative le tendenze individuali, tuttavia il pensiero del bambino è ancora prelogico. Secondo la scuola psicoanalitica inizia un processo cui è stato dato il nome di complesso di Edipo.

LIVELLO DICIOTTO

Nella filogenesi corrisponde all’età neolitica. L’uomo primitivo è soggetto ai tabù della società ma mentre nello stadio evolutivo precedente i divieti rispondevano alle esigenze della vita comunitaria, ora assimilati culturalmente acquistano un carattere sacro (etico). Nell’ontogenesi siamo al 5° anno di vita. Le proibizioni che prima sotto forma di ordini provenivano dall’esterno ora sono il frutto di una autoimposizione. Il bambino ha fatto propria l’autorità dei genitori e con essa i loro divieti. Si forma la coscienza morale che tuttavia è ancora legata al giudizio degli adulti. Secondo la psicanalisi i desideri proibiti che il bambino reprime vengono rimossi dalla coscienza ma non sono eliminati e vengono incapsulati nell’inconscio.

LIVELLO DICIANNOVE

Nella filogenesi siamo agli albori della civiltà, l’uomo ha inventato l’alfabeto nascono le leggende, le gesta di eroi mitici. Sono le radici della storia. Le comunità si danno le prime leggi, agli stregoni subentrano il sacerdote, il medico, il giudice. Nell’ontogenesi il livello corrisponde al sesto anno di vita. Il bambino socializza. Il linguaggio mimico perde importanza rispetto al linguaggio verbale che esprime concetti. E’ interessante notare che rispetto al tipo di obbedienza caratteristico del livello sedici si registra una differenza importante: l’obbedienza non può infatti entrare in conflitto con le norme etico sociali interiorizzate; prima era un obbiettivo di massa adesso è un obbiettivo individuale che può essere condiviso. Per esemplificare si può dire che il livello sedici era quello di chi si faceva coinvolgere in un linciaggio; ora nel livello 19° esegue le istruzioni di un leader liberamente scelto sulla base di ideali comuni.

LIVELLO VENTI

Corrisponde nella filogenesi ad una fase nella quale l’uomo ha raggiunto un alto livello di civilizzazione, è comparso il linguaggio astratto, usa il pensiero logico (Euclide ha elaborato la geometria che porta il suo nome). Questo stadio va dalla civiltà egizia al secolo diciassettesimo. Nell’ontogenesi il livello venti corrisponde al periodo tra sette e dieci anni. Il bambino presenta il pensiero logico, la riflessione prende il posto della fantasia. Comincia a manifestarsi la volontà, i sentimenti e la coscienza morale si fanno più indipendenti e articolati. Comprende i principi euclidei e possiede una chiara visione del tempo e dello spazio. Le azioni sono proiettate nel futuro: ciò dà luogo al senso di responsabilità e si può vedere comparire uno stato di ansia.

LIVELLO VENTUNO

Nella filogenesi corrisponde allo stadio dell’uomo attuale. Le scoperte scientifiche e filosofiche del diciassettesimo secolo hanno cambiato la visione del mondo e indebolito il pensiero magico. La caccia alle streghe, e in caso di epidemie quella agli untori, appartengono al passato. L’uomo si sforza di trovare spiegazioni naturali ai fenomeni ai quali assiste. Poiché tuttavia il pensiero magico non scompare del tutto, se ne può dedurre che il livello ventuno si trova in una fase ancora iniziale. Ciò significa che la maggior parte delle nostre funzioni è correlata tuttora con le strutture del livello venti. Nell’ontogenesi il livello ventuno corrisponde al periodo che va dal decimo al dodicesimo-quattordicesimo anno di vita. Con la pubertà termina l’evoluzione legata a schemi biologici.

Le funzioni mentali sono sviluppate e il linguaggio oltre ad essere strumento di comunicazione sociale è diventato anche strumento di rappresentazione conoscitiva. L’obbiettivo di questo livello è il comportamento secondoconoscenza e coscienza.

Con questo livello l’evoluzione ontogenetica ha termine: una volta raggiunta la pubertà l’uomo è in grado di procreare un essere il quale, allo stato adulto, avrà superato le varie fasi dell’evoluzione della specie.

In altre parole l’ontogenesi “ha raggiunto” la filogenesi. Poiché l’evoluzione post puberale non riguarda più la specie ma l’individuo e la sua futuribilità la fase successiva è definita come livello extra.

LIVELLO EXTRA

Corrisponde allo stadio in cui l’individuo ha superato le fasi evolutive fissate dall’ereditarietà biologica. Ora l’evoluzione non segue più schemi comuni a tutti gli esseri umani e ai fattori culturali collettivi si sostituiscono quelli individuali, legati alla personalità di ciascuno.

L’obbiettivo di questo livello è il comportamento che ognuno adotta in base alla propria ragione e alla propria coscienza. Si è all’autodeterminazione e alla composizione delle ragioni e dei comportamenti, secondo i piani e la struttura delle democrazie.

Se Rosellina Balbi fosse oggi tra noi (avrei avuto voglia di chiederlo a Renato), si sarebbe domandata se il conseguente comportamento nella difficile ma insostituibile democrazia secondo conoscenza e coscienza non stia attraversando una fase iniziale con gravi problemi di ricaduta. Che fine ha fatto la democrazia? Con le guerre di religione e di prevalenza, con le supponenze e le prevaricazioni che caratterizzano, se pure in minoranze, il sottotesto dirompente di tradizioni e scuole politiche e etico religiose che mostrano caratteristiche di inconciliabilità.

Forse in una conversazione in qualche sito galattico e sotto qualche evoluta forma subatomica, ma con una conoscenza di ciò che capita da queste parti, in una intervista impossibile avrebbe risposto con Lord Dahrendorf che il cervello dell’uomo deve darsi da fare per costruire una nuova democrazia perché quella che conoscevamo è paralizzata, scavalcata dalla globalizzazione, sopraffatta dal marketing politico, impantanata tra anarchia di piazza e apatia elettorale. E aggiungerebbe, dopo l’11 settembre, dal terrorismo e dai rischi legati dalla sua repressione. In quella sede il lungo viaggio al centro del cervello diverrebbe la proposta delle novità e acquisizioni necessarie per un viaggio verso il futuro.

Prof. Franco Federici

A PROPOSITO DI OSSERVAZIONE
Criteri di qualità dell’osservazione sono validità, attendibilità, oggettività; ma basale è l’effettuazione, nel senso che una osservazione si può ritenere ordinatamente organizzata, con il vincolo implicito di non giungere ad una risposta di significati.

Si fa riferimento alla nota dimostrazione che l’osservazione può non essere necessariamente compiuta da un essere umano: nel caso che riferisco l’osservazione è statacompiuta da un fotone che agisce in un sistema appositamente attrezzato. I nostri nipoti cantano “Schrodinger’s Cat” : recuperiamo anche noi l’esperimento effettuato al gatto di Schrodinger, esso non è mai però stato messo in pratica quindi ci rivolgiamo a quello analogo basato sull’interazione tra un’onda ed un corpo macroscopico. Se immettiamo un fotone (diamogli il corretto nome di onda) in un cavo a fibra ottica, esso fruisce di due stati quantici contemporaneamente , proprio come la sostanza radioattiva di Schrodinger; inserendo un altro cavo a metà del primo perché intercetti il fotone che passerà si registra l’informazione sullo stato del fotone. La quantistica chiama questa operazione “osservazione” e, come nel paradosso del gatto, la luce si trova solo in uno dei due stati. Quando l’uomo sapesse che l’intercettazione è già avvenuta, ma non avesse ancora letto sul monitor del suo computer, dovrebbe concludere che il fotone si trova ormai in uno dei due stati , anche se non sa ancora in quale dei due. Quando esaminiamo disabilità complesse , tante cose sono avvenute e noi ne studiamo gli esiti: ma sugli esiti funziona ancora il paradosso di Schrodinger. Svolgo un riferimento alla genetica da neurologo che continua ad interrogarsi sulle moltissime modalità di esprimerci come gesto, comportamento, presenza, per prospettare una ipotesi di lavoro in merito alla possibilità e capacità di analisi che la teoria e le tecniche recenti ci forniscono. Sappiamo che i fenomeni di base della biologia si svolgono (rubo il verbo e la formulazione ad Ageno) nel campo della dinamiche intermedie:con una dimensione riferibile alla indeterminazione, e il campo degli oggetti e dei fenomeni macroscopici descritti dalla fisica classica , dominati dal secondo principio della termodinamica. Propongo di portarci dietro queste fondamentali premesse per impiegare nuove tecnologie per un uso sistematico e analitico di periferiche che possono rivelare ogni movimento singolo . L’analisi dei meccanismi dell’apprendere nell’uomo , quando esaminati nella loro genesi, impone di riconsiderare che è una animale caratterizzato dalla capacità di proporre risposte verbali che si pongono in rapporto con il comportamento e che ne costituiscono poi anche una parte strutturante. Un animale dunque che “forma” il linguaggio ma ne rimane anche preda. Ma la stessa analisi nella ricerca sperimentale animale che analogia pone proprio quando viene meno l’interpretazione essenziale come nella lettura comportamentale umana? Possiamo ipotizzare che l’endoscheletro istintuale si esaurisca nella genetica e istintuale risposta S – R ? La risposta cioè potrebbe essere inclusa nel meccanismo istintuale che la genera e la attiva. C’è un problema però non compiutamente risolto. La risposta è cosa da conoscere meglio, qualificare, quantificare. Ritengo che questo modello vada riesaminato perché le espressioni comportamentali animali genotipicamente attive sono strutturali e quelle apprese fenotipiche lo sono anch’esse. Ciò impone una logica analitica che si fondi non soltanto sullo studio della cosa che si apprende ma di “come” si è appresa. Questo è allora un confronto tra strutture fenotipiche e genotipiche più che uno studio su cosa viene appreso. Lo studio del comportamento e il suo aspetto etoneurologico non è interpretabile in chiave riduzionistica ma come proposta e stimolo per più “esperte e colte” operazioni sperimentali e metodologiche. Quanto ciò possa essere rilevante è espresso da un risvolto clinico: dove vanno la logica e il rigore quando si fa uso di farmaci che hanno trovato spesso il loro primo criterio di scelta nelle caratteristiche strutturali molecolari e poi nelle analisi comportamentali sperimentali. Non pochi dati sperimentali mostrano la riduttività di queste ultime. In un ambito di ricerca come quello nel quale ho lavorato per due decenni l’aspetto che mi è parso sempre più basilare è costituito dall’analisi delle “forme” del comportamento esaminato. E questo pone di base il problema delle analisi stesse. In un laboratorio di neurologia sperimentale la ricerca sui modelli sperimentali nelle specie in esame e lo studio delle forme “ più evolute” del comportamento, dal ratto al macaco. Dunque di base e irrinunciabile si pone il problema dei criteri di analisi con la possibilità dell’uso di criteri matematici che resistano alla critica logica e non solo a quella fondata sulla statistica della quale si conoscono limiti nella valutazione ad esempio di aspetti “inerenti”.

Questo perché il concetto di analisi comportamentale è di per sé quanto mai polisenso : comprende delle definizioni tanto diverse da non avere spesso nulla in comune e da essere talvolta contrarie tra loro ( Vygotskij). 1

L’analisi delle forme più evolute del comportamento si fonda nell’ottica che si sviluppa su tre “momenti” determinanti:

A)Differenziazione dell’analisi dell’aspetto esaminato, scopo o fine, dall’analisi del processo.

B)Opposizione dei fini descrittivi da quelli esplicativi dell’analisi come trasferimento dei punti di vista genotipico e fenotipico (Kurt Lewin).2

C)Valutazione dei processi “fossili” di funzioni nervose che hanno avuto luogo milioni di volte perdendo il loro aspetto primario così che il loro attuale aspetto “esterno e come espresso “ non ci informa sulla loro natura interna (Vygotskij).3

Si comincia a prospettare una analisi critica di un modello di studio delle strutture dell’apprendimento che propone di superare un certo inemendabile e corretto riduzionismo che con elementi di verosimiglianza logica ipotizza collegamenti con processi simbolici. Una analisi della cosiddetta psicocronometria ( ma questo è un termine improprio) è proposta daTitchener che in luogo della analisi meccanicistica degli stimoli prospetta l’uso della analisi introspettiva delle esperienze , conservando il valore fenotipico del processo. 4

In fondo il gestaltismo aveva già mostrato i limiti del cosa conoscere quando non è studiato e magari risolto il come.

1-Istorija Razvitija Vyssih Psihiceskih Funktcij Accademia delle Scienze Pedagogiche della RSFSR-Mosca,1960.

2-Das Problem der Willenmassung und das Grundgesetz der Association,Psychol. Forschung,1,2,1922.

3)Cap III pag 148 e seguenti della edizione italiana di Giunti e Barbera,Stamperia Editoriale Parenti del volume citato in 1.

4)Lectures on the Elementary Psychology of Feeling and Attention, MacMillan, New York, 1908.

Dunque una ricerca attuata secondo i criteri analitici delle strutture del comportamento dovrebbe superare il cosiddetto specismo. La ricerca insomma che va oltre i confini antropologici oggi irrinunciabili con una apertura a ogni forma di vita e di esistenza non può trascurare il significato della struttura e della organizzazione della materia vivente nel senso più esteso (Mecacci 5) smettendo di chiamare la fisica attuale con l’aggettivo estrema ricordando semplicemente che il bosone ad esempio ci rimanda a una storia di un centesimo di miliardesimo di secondo . Molti criteri intendo dire sono cambiati nella costruzione degli strumenti d’analisi e la materia possiamo cominciare a pensarla in più verosimili modelli.

E’ necessario fare questo avanzamento nella ricerca non per creare un ambiente astratto per studiare le reazioni di un cervello che ha molto in comune con il cervello di altre specie animali ma poco con il cervello della specie umana ma invece piuttosto per considerare le “basi” biologiche ,biochimiche ,fisiche non soltanto di cervelli di animali in preda al linguaggio per dirla con Lacan. Per ripartire da S-R e interrogarsi sui significati di R visto che S lo gestiamo noi non dimenticando però che tra gli esseri del linguaggio siamo soliti dire che la formulazione della domanda contiene e in qualche modo esprime già elementi della risposta. Se è un criterio che potrebbe riguardare anche S-R delle amebe ci sono alcune considerazioni da fare. E’ cosa da fare anche perché la ricerca strutturalista del comportamento come base interpretativa della azione integrativa del sistema nervoso anche nelle forme più semplici e elementari va ancora sviluppata per una prospettiva d’uso che vorrei prospettare. Percorrere analiticamente una metodologia strutturalista mi sembra il modo migliore per accedere al comportamento come “esito” di determinati processi che si realizzano e si evidenziano (Robustelli 6).

C’è anche la capacità e possibilità d’indagine sulla diffusione di tipiche risposte di specie che nella logica S-R pongono il problema di comunicazioni apparentemente elementari che divengono di fatto condotte “sociali”. Con che modello comunicativo? Risposte facili possibili che si complicano se si intende interrogarsi su ipotesi simboliche che sono certamente diverse da quelle imitative e/o necessitate. Debbo collocare nella mia testa a questo punto i pensieri di tutti quelli che mi avevano formato e fatto crescere e sviluppare qualche idea che mi pareva utile confrontare.

Alla fine degli anni 70 in Ateneo si cominciò a ritenere che Terni poteva diventare la sede di una estensione della sede perugina ignorando una contrapposizione localistica che non poteva che esitare in una distinzione sempre più evidente. A Perugia in particolare nella facoltà di medicina si stava vivendo la trasformazione della psichiatria nella evoluzione prospettata da Basaglia e da neurologo e direttore del Laboratorio di Psicobiologia proposi a Carlo Manuali di fare in Terni un congresso che proponesse i criteri di valutazione sulla definizione il concetto la natura della malattia mentale. La sociobiologia , la medina sociale , le nuove forme della nosografia e i dibattiti spesso connessi erano vivaci e interessanti ma non privi di alcune forzature . Ci si prospetta di fare un gruppo di studio permanente che in ipotesi sarebbe potuto durare due tre anni. Per tre giorni le contrapposizioni, qualche tratto di temeraria inconsistenza ma anche aspetti utili e seri di confronto mi permisero di farmi uno schema dei pensieri delle scelte e delle applicazioni in psichiatria che stavano avvenendo mentre di fatto si stavano chiudendo i manicomi con l’apertura dei Centri di igiene mentale. Con un viaggio nella memoria personale (la clinica neurologica era allora all’interno dell’ospedale psichiatrico come del resto il mio laboratorio di neurologia sperimentale) e nella storia di quegli anni di trasformazione sintetizzo le idee che ne trassi e le sintetizzo scusandomi per la brevità che ritengo però giusto praticare. E provo a dirvi perché.

Il laboratorio aveva davanti un teatro esito di colte e innovatrici gentili dame che introdussero questa novità nei primi anni del 900 e in quella fase vivacissima sul dibattito al riguardo della malattia mentale e dei manicomi ( e questo già di per sé poteva introdurre qualche elemento di “distrazione”) il teatro era il luogo di incontro di ogni operatore psichiatrico perché ormai questo era il termine che indossava ognuno che agisse a qualunque livello nell’ospedale. Mi capitava se c’era qualche tempo di attesa in laboratorio di andare a sentire con interesse e curiosità i dibattiti dove quasi tutti intervenivano e per tempi spesso assai lunghi. Un giorno in tre tempi fui presente ad una riunione di circa tre ore e alla conclusione sentii due delle più attive ex infermiere presenti commentare rivolte ame “……adesso ci toccherebbe de fà un briefing “ con una perfetta coniugazione del sano dialetto a una perfetta pronuncia brìifin.

Ho riesaminato il materiale di quella fine anni 70 e mi sono accorto che le cose tra quasi un centinaio di interventi che avevo messo in evidenza erano solo due relazioni. Quelle di Mecacci e di Robustelli:

5) L. Mecacci . “ Neurofisiologia e fattori social” che potete ritrovare concettualmente espressi nel “ dibattito sulla sociobiologia” Atti del 1.0 Seminario sulla sociobiologia. Roma aprile 1979 a cura di V.Parisi e F. Robustelli.

6)F.Robustelli . La polemica su “Sociobiologia” di Wilson che è interessante riesaminare con molti riferimenti bibliografici in internet che non sarebbe male rimeditare.

Leggendo anche le altre robe che misi insieme mi accorgo che qualche volta avevo espresso con qualche tratto di crudezza alcuni dubbi sugli entusiasmi antipsichiatrici troppo gridati.

La diversità, le differenze, il pensiero divergente, le contrapposizioni traspaiono nel lavoro mio e dei miei collaboratori rispetto a molti dei partecipanti. . Aggiungere che il lavoro sperimentale nel Laboratorio di Psicobiologia che ho diretto era svolto secondo i criteri espressi da P.W. Bridgman in “Operational Analysis”. Philosophy of Science vol. 5 N.114 1938 ,può ulteriormente spiegare o facilitare la comprensione della prospezione di una proposta che sto per esprimere e c che bordeggia tra l’improponibilità e l’inverosimiglianza: Biorobotica per la demenza con eventuale recupero del significato simbolico della “logica” S-R per un cervello che ha perso spazio , tempo, pensiero e processi operativi correlati.

Provo a esprimere l’ipotesi di lavoro conscio della quasi scontata improponibilità della attuazione del riuso di un cervello che non funziona più come di norma.

Mi pare utile ripetere qui le domande che mi pare possano sottendere qualche ipotesi di risposta superando con qualche ragionevolezza la improponibilità. Quando appaiano retoriche e non utili segnatele con la matita bleu.

Ora dunque non agisci , non pensi , non sai , non sei capace di vedere in modo compiuto e utile la realtà, non sai immaginare che è peggio di non vedere , ma stai ancora esistendo. Potrebbe sembrare strano a chi giungesse qui da una qualunque Vega se ragionasse con qualche analogia e qualche diversità rispetto a me- noi. Ci sono ancora un centinaio di miliardi di cellule nervose in quella testa lì? Inutili per ogni altra cosa che non sia ancora vivere. Un cervello inutile e a pensarci non pare stano o impossibile :la grande rete non ci serve più……ma a chi non serve più se non a chi la adopra per continuare a vivere e quale è il livello residuo di vita? S-R funziona solo per “sopravvivere” , ma allora però c’è e forse non è male interrogarsi sulla sua struttura e sui suoi scaduti contenuti. Non sarà che S-R comincia già basicamente a essere una funzione simbolica. Poi ha traslato e trasferito questo livello…… Si può riraschiare come un palinsesto per vedere cosa c’è sotto?. Mi pare d’aver capito che ci vuole altro per farmi pensare con serietà a queste robe . Che altro?

TEORIA DELLA PERCEZIONE E PSICOLOGIA DELLA FORMA

FRANCO FEDERICI MARIA LAURA CONTI

LEZIONI RACCOLTE DAL CORSO TENUTOSI NELL’ACCADEMIA DI BELLE ARTI PIETRO VANNUCCI PERUGIA.

Poiché la creazione artistica negli aspetti intellettuale, spirituale, percettivo, diviene scienza dell’arte non vi è dubbio che tale scienza abbia caratteristiche che ineriscono alla psicologia.

Vi è certamente anche altro ma non può mancare la dimensione psicologica.

Ce ne dà conferma l’enigma dello stile che caratterizza epoche, popoli, culture. Si rappresenta il mondo visibile in modi differenti che esprimono diverse sensibilità, urgenze, emozioni, appartenenze.

Può accadere così che il verismo dei nostri giorni possa apparire inattendibile come le pitture egizie ai nostri occhi di uomini moderni. Un’analisi storica e un processo culturale ci danno spiegazioni del primo, una teoria dell’autorità e un organizzazione strutturale teologica e cosmica ci dà spiegazioni delle seconde.

Inoltre se la scienza dell’arte deve essere “psicologia”, le norme interpretative di questa ci fanno porre il problema se l’arte è soggettiva o oggettiva.

Da considerare ancora che entrano in gioco nel grande processo dell’arte le tecniche e in questo ambito si formulano domande che hanno la voglia provocatoria di aprire il discorso sul significato di esse. Le tecniche sono il frutto delle filosofie del tempo, delle metodologie, del progresso, dei materiali usati e dei punti di vista con i quali si osserva la materia e il mondo che ne è l’esito.

E’ possibile ritenere che se l’uomo oggi applica per imparare a disegnare il metodo della Edwards avrebbero potuto adottarlo anche gli egizi nelle loro scuole di disegno?

E’ un esempio di impertinenza per una scorreria nel mondo dell’arte che oggi si interroga su tutto e su ogni cosa.

Il mutare delle visioni artistiche, l’evoluzione delle conoscenze, i cambiamenti della storia che rapporti hanno con i processi percettivi? E la conoscenza di questi processi storico evolutivi ci aiutano a interpretare, produrre, capire l’arte contemporanea?

Vi sono spazi mentali speculativi e conoscitivi che rendono necessario capire le interpretazioni opposte difronte a immagini ambigue “che non è possibile vedere contemporaneamente”, così come i meccanismi di interazione che non fanno pensare a nessuno davanti allo specchio del bagno che è rappresentata solo la propria metà. Non è banale ricordare che la interazione anche percettiva visiva non ci fa sentire dimezzati e se si riflette nello specchio solo una mano sentiamo automaticamente “l’esserci” di ciò che apparentemente manca.

E anche le rappresentazioni percettive che non sono arte si portano dietro la loro quota di “mistero”. A questi processi bisogna aggiungere la forza della metamorfosi che è creatrice e distruttrice, capace di cambiare le interpretazioni cancellando la precedente. (disegno)

L’esigenza di esprimersi, dalla pittura murale a tutte le espressioni rappresentative dell’arte, al teatro, al gesto artistico, alle performance, ci ripropone il grande problema della comunicazione che riempie la vita e attraverso le mutevolezze o le eternizzazioni rinnova il bisogno di non morire mai o morire tante volte: una dimensione dell’essere che l’arte da sempre tende ad assolvere.

Gli oggetti, la visione del mondo, le persone, impegnano il sistema percettivo visivo riempiendolo di codici da svelare, di fenomeni da sviluppare, impregnando la “cosa” percepita di molteplici fattori aggiuntivi.

Si deve anche considerare una qualità specifica come la “pregnanza” della forma che ci propone così l’analisi delle leggi secondo criteri che si definiscono gestaltici.

Questa qualità è indipendente dall’esperienza individuale e agisce in ogni individuo.

Ma al riguardo va ricordato che l’organizzazione psicologica è tanto “buona” quanto le condizioni contestuali lo permettono.

E con il termine “buono” si fa riferimento a:

a)regolarità, b)simmetria, c) coesione, d)omogeneità, e)equilibrio, f) massima semplicità, g)concisione.

Nella interpretazione dello “spazio” sono da considerare le tendenze spaziali che si pongono in atto nello svolgersi del fenomeno “percezione” poiché l’organismo tende a comportamenti preminenti nelle percezioni, nei movimenti, nelle azioni. Inoltre vi sono interessanti analogie nella organizzazione dei sensi specifici (vista, udito, tatto, olfatto, gusto) e segnatamente tra vista e udito.

Così la fissazione del capo nella direzione di provenienza di uno stimolo acustico si spiega in base a queste leggi che presiedono la coordinazione per la percezione corretta del mondo esterno.

E talora ce la caviamo imitandolo: si esemplifica questa possibilità citando il principio di Le Dantec: ascoltando un suono tendiamo a riprodurlo.

I meccanismi di compenso e di compendio sono vari e si determinano in differenti condizioni sperimentali e/o ambientali.

1) Analisi tachistoscopica a 1/10 di secondo: la figura irregolare viene vista correggendo le anomalie e l’oscillazioni percettive “dell’organismo”.

2) Diminuzione progressiva della luce e “pressione formativa endogena”.

3) Le figure rimpicciolite all’ingrandimento determinano generi attuali delle forme: sviluppo della forma da “pre-forma”.

4) Nelle immagini consecutive scompaiono le lacune delle figure che le contenevano.

Il SNC “applica” dunque criteri di tensione percettiva comeesigenza espressa delle costellazioni percettive.

Al riguardo sostengono gli psicologi della forma si prospettano alcune ipotesi fenomenologiche:

1) i rapporti psichici non sono rapporti “qualsiasi”

2) non vi è arbitrarietà delle relazioni psicologiche ma valore significativo primario anche nel senso di “primordiale”

3) significatività originaria e generale dei rapporti psichici.

Siamo certi che le cose vadano così?

Possiamo dire che è giusto ritenere che il SNC “corregga” assai spesso l’assetto formale delle cose percepite?

Per tentare una risposta esaminiamo la tesi di Katz al riguardo:

nelle percezioni ottiche c’è una struttura disposizionale che possiamo “tollerare” per i vantaggi che vi si associano nel costituire una percezione visiva “compiuta”.

E viene avanti la domanda se le illusioni si scoprono solo in laboratorio o costellano l’acquisizione percettiva nella vita quotidiana?

Sul versante artistico se ne evince:

1) Vivere una forma figurale significa vivere una unità percettiva che non si modifica “a piacere”

2) quanto più “forte” è una forma, tanto più forte è la resistenza che oppone a interventi esterni che ne turbano l’equilibrio

3) nella struttura di una forma, il tutto e le sue parti si determinano reciprocamente, predominando la qualità del tutto fenomenicamente sulla qualità delle parti.

Dunque vi sono qualità formali e occorre ricordare che vi sono “oggetti” percettivi (forme spaziali, strutture ritmiche, melodie) che sono “vissuti” soltanto sulla base di sensazioni (cromatiche, acustiche).

Vi sono dunque oggetti percepiti visivamente che non sono propriamente costituiti da quelle sensazioni: si può infatti variare l’insieme dei dati sensoriali lasciando invariate quelle forme spaziali o melodiche. E’ il principio della trasportabilità delle qualità formali.

Meinong (scuola di Graz) nel 1900 nota che per le funzioni percettive e rappresentative si hanno due specie di “oggetti”:

1) Elementari costituiti dai singoli dati sensoriali che derivano dalla semplice attività degli organi sensoriali

2) di Ordine Superiore costituiti da forme e strutture che sono legati agli aspetti elementari da un legame di ”fondazione” e deriverebbero da una specifica attività, designata come “produzione” (da cui: “rappresentazioni prodotte”).

Sono questi i fondamenti filosofici della scuola di Graz.

Tra gli sperimentatori che applicarono i punti di vista teoretici della scuola va ricordato Benussi dai cui studi scaturiscono i principi della “plurivocità formale”: a parità sensoriale l’aspetto “vissuto” può variare.

Dunque “vi è la necessità” di attribuire la percezione di forme a fattori centrali agenti fuori del livello della sensorialità.

E’ sulla base di questi presupposti che Wertheimer, Kohler, Koffka strutturano i principi di base della Gestaltpsychologie.

Dal punto di vista della teoria della percezione se ne deriva:

a) non hanno valore tutte le precedenti interpretazioni meccanicistiche e associazionistiche

b) ogni percezione ha carattere totale cioè formale

c) questo carattere è governato da leggi strutturali interne.

E’ da rilevare che in questa fase di sviluppo della teoria la scienza stava abbandonando lo schema additivo-associativo di spiegazione per sostituirlo con il concetto di “campo”.

PSICOLOGIA DELLA GESTALT

Gestalten è un verbo che significa dare forma, ridurre a modello, strutturare.

La psicologia della Gestalt prende in esame la percezione delle forme del mondo esterno considerando come dalle informazioni analitiche determinate dai fotoni sui recettori retinici si configurino strutture che permettono di riconoscere, classificare, capire e interagire con l’ambiente. rappresentandolo nel processo visivo secondo regole generali.

E’ abbastanza singolare che quando Christoph von Ehrenfels nel 1890 ipotizzò una funzione gestaltica del cervello per studiare la visione, utilizzò la percezione delle melodie. Valutò cioè una via gestaltica non visiva. Il processo da lui osservato faceva riferimento alla esistenza di una struttura mentale che caratterizzava una melodia non riducendola alla semplice sequenza delle note. Riteneva che c’era una speciale qualità che superava la semplice lettura di queste. Sosteneva con buona ragione che variando i singoli elementi tonali si può produrre una composizione di toni diversi che riconosciamo come una identica melodia. Sul piano più strettamente sperimentale il fondatore delle teorie gestaltiche è Max Wertheimer. Insieme ai suoi collaboratori Wolfgang Koehler e Kurt Koffka studia la percezione visiva del movimento apparente utilizzando la illuminazione stroboscopica.

Per chi desidera avere una comprensione di questo esperimento cardine si ricorda che si sta parlando di un fenomeno determinato dalla illuminazione di due barre che si spostano lungo un asse ortogonale e vengono illuminate alternativamente con un intervallo di 0.2 secondi. In tale condizione si riconoscono le due sbarre nella sequenza di movimento.

Se l’intervallo di illuminazione scende a 0.06 secondi si vede una sola barra che si sposta dalla posizione orizzontale a quella verticale e viceversa. In questo assetto si ha anche una sorta di definizione del campo, si vede in sostanza anche la barra in tutte le posizioni intermedie.

Se l’intervallo è ridotto ancora a 0.02 secondi si vedono le linee di inizio e di fine che costituiscono l’immagine ortogonale di inizio e di fine del movimento.

Era la precisazione che gli elementi degli insiemi percettivi non sono semplicemente messi sullo sfondo ma assumono una nuova modalità di percezione in relazione al modo nel quale si combinano e alla elaborazione dei processi encefalici della percezione. Dunque la percezione globale non è il risultato dell’analisi dei singoli componenti e in ogni caso non corrisponde alla loro semplice addizione. E’ questo il principio base della teoria della Gestalt.

Si riportano la serie delle leggi o regole che sottendono un insieme percettivo.

Le leggi della Gestalt

A) La legge della vicinanza disegno

le parti di un insieme percettivo vengono raccolte in unità conforme alla minima distanza.

B) La legge della somiglianza disegno

a parità di altre condizioni gli elementi di un insieme percettivo tendono a formare gruppi all’interno dei quali le caratteristiche sono più simili che tra gruppo e gruppo. Questa associazione può essere basata su analogie di colore, forma, dimensioni e altre caratteristiche.

Anche il movimento costituisce una “forza organizzatrice” tra elementi di un insieme percettivo che si muovono con una data velocità rispetto ad altri fermi, o che hanno velocità e direzioni diverse;

C) La legge della forma chiusa disegno

margini curvi chiusi vengono percepiti come un insieme e hanno più “energia” nel delimitare unità figurali rispetto a margini incompleti. Probabilmente gran parte dei fenomeni di mimetismo in natura sono dovuti alla “chiusura” di figure sulla pelle dell’animale con elementi dell’ambiente circostante;

D) La legge della “curva buona” o del “destino comune”

le parti che hanno un destino comune si costituiscono in unità più facilmente.

E) La legge del moto comune. disegno

Divengono unità quegli elementi che si muovono insieme o in modo simile.

F) La legge della buona forma. Disegno

è una legge comprensibile intuitivamente piuttosto che analiticamente; costituisce un fattore di organizzazione che “forma” oggetti equilibrati e armonici costituiti secondo il medesimo principio in tutte le loro parti.

Alla percezione della buona forma contribuiscono le regole prima descritte oltre alla simmetria, alla regolarità e alla esperienza passata.

G) La legge dell’esperienza

“Il SNC è plasmato sotto le condizioni dell’ambiente culturale e biologico”. L’esperienza passata o fattore empirico: è favorita la organizzazione del campo percettivo in oggetti o figure con cui abbiamo familiarità.

In una tale visione la esperienza individuale è “consolidamento d’una reazione, in sé e per sé naturale, del sistema ottico.

Si potrebbe anche parlare di una “predisposizione formale”.

Così l’educazione alla percezione visiva consiste nel creare questi processi di formalizzazione.

Infine sul comportamento pregnante i gestaltisti affermano che la pregnanza è un fattore non individuale ma generale che contribuisce alla determinazione delle forme ottiche.

I gestalisti della prima metà del ‘900, oltre allo studio della organizzazione interna di un oggetto, hanno anche analizzato l’organizzazione esterna di un insieme percettivo, cioè i rapporti tra figura e sfondo, gli oggetti che sono nel fuoco della nostra attenzione risaltano su uno sfondo più o meno omogeneo, famose sono le silhouette ambigue di Edgar Rubin che a seconda di cosa uno consideri sfondo e oggetto raffigurano calici o volti, mostrando una reversibilità dei rapporti figura-sfondo.

Donald D. Hoffman ha analizzato le “regole” in base a cui viene percepito il volto o il vaso nell’immagine ambigua: quando si assume come figura una faccia, il contorno della silhouette viene frazionato in parti confinanti a livello dei punti di massima curvatura negativa (definendo come curve negative quelle a concavità rivolta verso lo sfondo), lo stesso avviene quando si osserva il calice: in base a questo principio la silhouette del volto viene suddivisa in blocchi, corrispondenti a fronte, naso, labbra e mento; la silhouette del vaso viene suddivisa in orlo, calice gambo e base (fig. V.9 a, b).

Secondo quanto riportato da Hoffman, il nostro sistema visivo, nonostante l’ambiguità degli stimoli retinici (fig. V.10), genera descrizioni utili alla interazione con l’ambiente, alla sopravvivenza e adattabilità.

Per fare ciò sfrutta “regolarità” del mondo visivo, tra queste per es. la rigidità, la planarità e la trasversalità. Un esempio di utilizzazione della rigidità di un oggetto per la sua individuazione è la percezione di una sfera ruotante derivata dalla semplice rappresentazione in rapida successione di tre proiezioni su un piano di quattro punti non complanari situati a caso sulla superficie dell’oggetto corrispondenti a tre fasi successive di rotazione.

La planarità permette di individuare una persona che cammina dalla semplice rappresentazione su di un piano delle proiezioni di punti chiave del corpo (spalla, gomito, polso, anca, ginocchio, caviglia) ripresi in tre fasi consecutive del movimento: in questo caso non vale più la regola della rigidità dell’oggetto percepito, il sistema visivo deve utilizzare la “planarità” del movimento degli arti, il fatto cioè che gli arti che sorreggono il peso del corpo sono vincolati, data la struttura delle articolazioni ad oscillare su un piano nella normale deambulazione.

La trasversalità è un’altra regolarità sfruttata dal sistema visivo per darci interpretazioni utili del mondo; essa consiste nel fatto che, quando due superfici penetrano una nell’altra in modo casuale, si incontrano sempre in corrispondenza di una discontinuità concava; esempi di questa regola sono una cannuccia in un bicchiere contenente una bevanda, una sigaretta in bocca, un coltello affondato nella bistecca, etc; a questa regola può essere riportata la spiegazione delle silhouette ambigue di Rubin i cui contorni sono frazionati in corrispondenza dei punti di massima curvatura negativa (la concavità aperta verso lo sfondo) o l’immagine ambigua della scala reversibile (fig. V.11 a) in cui i gradini sono delimitati da linee di discontinuità concava, cioè da angoli diedri negativi (aperti verso l’esterno dell’oggetto); se si fissa per un tempo sufficiente questa immagine si ha l’inversione della scala: quelle che erano le facce di un gradino vanno a costituire le pareti di due gradini successivi separati da un angolo diedro che da positivo è diventato negativo. Lo stesso vale per l’illusione dei cubi reversibili (fig. V.11 b).

La dualità figura/sfondo (o contesto) non riguarda soltanto la percezione visiva, ma è condizione generale di ogni percezione e in particolare di quella uditiva in cui per es. un suono si stacca su uno sfondo di altri suoni o di silenzio.

Nelle opere musicali l’accompagnamento ha funzione di sfondo facendo risaltare il tema principale.

La teoria dell’informazione quando interagisce con la speculazione psicologica riguardo alla fenomenologia percettiva prospetta interessanti risoluzioni ad esempio esaminando una percezione come deformazione dell’oggetto, perché l’oggetto cambia secondo la disposizione, l’atteggiamento mentale e emozionale di chi percepisce, si può dire che la fenomenologia esplorativa si stabilizza per effetto di una risultante che origina da una forma che è vincente e si determina. Sono interessanti al riguardo le osservazioni di Ombredane che risponde alla domanda sulla origine delle forme definite non formulando una risposta gestaltica ricercando invece la genesi della strutturazione alla luce dei fattori che sono determinati dall’esperienza. Egli afferma che “un carattere fondamentale della percezione è dato dal fatto che essa risulta da un processo fluttuante che comporta scambi incessanti tra la disposizione del soggetto e le configurazioni possibili dell’oggetto e che queste configurazioni dell’oggetto sono più o meno stabili o instabili all’interno di un sistema temporo spaziale più o meno isolato, caratteristico dell’episodio comportamentale. La percezione può essere espressa in termini di probabilità sul modello di ciò che si vede nella termodinamica o nella teoria dell’informazione”. Così il percepito risulterebbe essere la configurazione che si è stabilizzata per cui si manifesta come raggruppamento ridondante delle informazioni utili che chi percepisce ha raccolto dal campo delle stimolazioni mentre si sviluppava la fenomenologia percettiva.

In questa osservazione si esprime una marcata differenza tra la gestaltistica “buona forma” e una fenomenica che risiede invece in una informazione minima comportante una ridondanza massima. In questa ottica la buona forma risulta essere la probabilità massima di un insieme percettivo fluttuante.

Il concetto di forma buona se espresso come probabilità statistica non è più correlato ad una necessità ontologica e non implica più una struttura predefinita, un codice, dei processi percettivi.

Nell’immagine figurativa il contesto di azione diviene condizione della illusione.

Il cavallo di legno quando è un bastone appoggiato al muro non ha nessun significato ma appena viene inforcato dal bambino diviene un cavallo ed ha tutti gli attributi del cavallo. Questo esempio “storico” fa palese riferimento anche alla datazione dei contesti di azione. Immagini di questo tipo sono attualmente impensabili ma hanno certamente riempito la fanciullezza di tutti i nati nella prima metà di questo secolo. Ora la fantasia e l’immaginazione si ancorano a percezioni visive mediatiche ma i meccanismi di identificazione sono gli stessi. Ma anche qualche migliaio di anni fa le immagini dell’arte erano inserite in un contesto d’azione.

Il fuoco acceso all’interno di una grotta faceva “danzare” un bisonte infilzato da una lancia. Le immagini e le statue, i totem sono nel tempo stati rivestiti e portati in processione o in battaglia.

L’immagine stessa ha giocato tra finzione e realtà ricorrendo ai contenuti dell’artificio mentale, diciamo oggi alla psicologia. Sono la forza e i giochi dell’illusione quando il ruolo dell’illusione utilizzava un contesto d’azione per creare una capacità di rimando fino all’inganno.

Al riguardo va citato il più antico esempio che ci riferisce lo storico Plinio: la disputa tra Parrasio e Zeusi. Zeusi aveva dipinto dell’uva in un modo così veristico che gli uccelli andavano a beccarla. Grande pittore sfidò il suo amico Parrasio a compiere un’opera che fosse altrettanto capace di modificare la percezione di un animale che la guardasse. Parrasio invitò Zeusi a recarsi nel suo studio per vedere l’opera che aveva realizzato. Zeusi si accostò al quadro e fece l’atto di sollevare il drappo che copriva il soggetto dipinto. Solo allora, nell’azione, si accorse che il drappo era inesistente nella realtà ma dipinto.

Come si vede i rapporti tra attività del pensiero ed espressione artistica sono mediati da metafore, finzioni, paradossi. In questo senso è opportuno e necessario ricordare il ruolo giocato dalle teorie della percezione sui processi di psicologia del vedere, del motivare ed emozionare la realtà.

La teoria della percezione come studio e analisi della fenomenologia che determina la conoscenza del mondo poiché partecipa alla costruzione della realtà come vista, per rappresentarla mentalmente e come espressa, per riprodurla ed esprimerla artisticamente, è certamente da coniugare per una parte non trascurabile ai processi di strutturazione della attività della mente e dei suoi linguaggi.

Ogni persona che usa dei computer, ne farebbe un pessimo uso se non ne conoscesse i linguaggi. L’esempio mediatico ci evidenzia subito i processi di codificazione e decodificazione che stanno alla base dei meccanismi di comparazione e di analisi delle reti informatiche. Così una risoluzione è il frutto non di comparazioni simmetriche ma di articolati processi logici e/o analogici. L’idea che la fenomenologia percettiva visiva sia un gioco di rappresentazioni e confronti di immagini che percorrono le vie nervose per pervenire ad una lettura della corteccia occipitale dell’encefalo, non solo fa riferimento ad una descrizione antica ed inesatta del fenomeno del vedere, ma fa porre anche la domanda del perché una immagine catturata e predefinita dalla retina dovrebbe attraversare un gran numero di sinapsi e di aggregati cellulari con diverse funzioni per essere poi rappresentata proprio come era stata definita all’inizio.

La cultura e la civiltà occidentali hanno sostituito l’orecchio con l’occhio ed hanno strutturato tutto nel contesto di un ordine visivo. Lo schema strutturale dello spazio visivo determina strutturalmente centri divisi con ambiti delimitati, prospettive “che si vedono” e rappresentazioni di punti di vista personali. Infatti lo spazio visivo è un continuum e ogni soluzione di continuità deve fare i conti con il vuoto e il pieno. Lo spazio visivo include o esclude componenti che sono riconducibili a meccanismi specifici. Nella “testimonianza oculare” ogni cosa è vista come connessa logicamente e ordinata sequenzialmente nei rispettivi spazi e tempi. Così l’occhio della mente diviene l’occhio di una “presunta” realtà.

Se si fa un confronto tra vista e udito si riscontra che la visione in parallelo si differenzia dall’ascolto sequenziale. Quando si ascolta ci si immerge in un limite non distinto che consente anche di “vivere all’indietro”, invertendo gli effetti delle strutture logiche con un processo che nella percezione visiva non è possibile.

Così nello spazio visivo la collocazione diventa un criterio di connessione mentre nello spazio acustico l’azione è nel dislivello determinato dalla sequenza.

Si può dire che la teoria della percezione e la psicologia della forma ci forniscono uno spaccato intellettuale che ci aiuta a capire come la vecchia scienza ha organizzato la conoscenza mediante le classificazioni e come la nuova scienza tenda a organizzare le domande (come quesiti di “ignoranza”) per la scoperta attraverso percezioni e non attraverso concetti.

Nei rapporti tra percezione visiva e conoscenza si vanno sviluppando criteri che sottendono nuove modalità di pensare. Lo sbarco sulla luna anticipa l’esperienza con la conoscenza. In un mondo nel quale le principali risorse per la scienza non sono le soluzioni ma i problemi. Il nuovo potere e le nuove frontiere della scienza sono vincolate e determinate dalla conoscenza “delle cose che non sappiamo”.

Un percorso difficile è quello dell’artista di oggi che proprio per indagare sulle “cose non viste”, deve andare oltre alla natura. Lo si ricorda qui con Shakespeare:

Eppure la natura non ha un senso

Ma la Natura crea un senso

Così oltre quell’arte

Che dici si aggiunge alla Natura,

Vi è un’arte che la natura crea.

Presentemente in merito alle nuove espressioni dell’arte che utilizzano e stressano la percezione visiva è interessante ricordare con McLuhan e Nevitt che il campo gigante nascosto dell’accelerazione della comunicazione globale ha creato una crisi universale di identità.

La genesi del vedere

Studiare i meccanismi percettivi visivi nella loro genesi rende necessario prendere in esame la programmazione visuo-motoria.

Dove cominciano le storie del pensiero umano che fanno riferimento alla coordinazione visuo-motoria?

Quando afferriamo un oggetto e lo usiamo con proprietà, oltre che impiegare una buona messe di informazioni di conoscenza e di memoria, facciamo un uso compiuto dei meccanismi della visione.

Qui ci si propone di esaminare le conoscenze e le mitologie che riguardano la formazione delle strutture che presiedono i processi percettivi visivi.

Il tempo necessario per descrivere e comprendere un processo così complesso e fondamentale, è sempre maggiore di ogni tempo pensabile e aumenta con la complessità dell’informazione.

In questo senso ci si deve, talora, accontentare di frammenti, comprensioni rapide, seduzioni culturali improvvise.

La storia della visione si apre con una rappresentazione dell’occhio umano che raffigura una unità funzionale, diremmo oggi, autosufficiente.

La natura cava del nervo ottico, perfettamente riconoscibile nei disegni di Humain, non rappresenta alcuna connessione tra occhio e cervello.

Bisognerà attendere nell’anno mille, Ahmed ibn Mohammed ibn Ja’far per vedere rappresentata, per la prima volta, la connessione dei nervi ottici mediante “due tubi” con l’interno di una cavità cerebrale.

L’occhio non è più solo a vedere ma a lui si affianca un altro elemento senza il cui intervento non diverremmo mai consci dell’atto del vedere: il cervello.

Da notare, nella rappresentazione di Hunain, la presenza dello spirito visivo: la percezione si realizza perché una “luce”, una forza spirituale dell’occhio colpisce gli oggetti e ne consente la percezione.

Anche nella nuova versione dell’anno mille, il nervo ottico è cavo.

La visione, dunque si realizza per mezzo dei raggi di luce che provengono dall’esterno ed entrano nell’occhio.

Secondo la prima rappresentazione essi sono emessi dall’occhio, nella seconda, dell’anno mille, non è questo il meccanismo cui si fa riferimento: la luce è nel mondo osservato.

Precisa Ahmed ibn Mohammed “l’atto della visione non si realizza per mezzo dei raggi emessi dall’occhio e la credenza di coloro che pensano che qualcosa venga emesso dall’organo della visione è falsa”.

Si deve ricordare che anche la cultura greca produsse molti lavori per spiegare la visione.

Galeno ci parla dello spirito visivo, originato nel cervello, che entra nei nervi ottici li percorre e sfocia nelle cavità dei due occhi; qui si mette a contatto con la luce, si carica delle forme da esso portate nel centro della lente e, carico di queste forme, ripercorre i nervi e ritorna al cervello.

Questa immagine, per lunghissimo tempo resterà una radicata opinione degli studiosi dei fenomeni percettivi.

Anche per Pitagora e per Euclide, l’occhio emette un fascio di raggi che vanno ad urtare gli oggetti e il meccanismo non è diverso da quello sopra descritto.

Sarà Democrito a formulare una teoria rivale, che Lucrezio renderà lirica: sono gli oggetti che continuamente emettono delle immagini di sé medesime, come serpenti, che perdono la loro pelle nel crescere.

Queste immagini, che gli oggetti continuamente inviano nello spazio ad essi circostante, entrano per la pupilla nell’occhio così rivelandosi.

Fino al medioevo non molti altri elementi aggiungono conoscenze.

Bacone e Vitellio introducono elementi di grande rigore nei diagrammi visivi ma in essi l’occhio diviene l’universo e serve per poterlo specchiare e contenere.

I loro diagrammi sono diagrammi planetari con orbite intersecantesi, tangentesi, l’un l’altra avviluppantesi.

Si arriva così ad una schematizzazione alto-medievale dell’occhio, in cui “ sotto il velame della geometrizzazione sono sempre visibili componenti anatomiche arabo-greche.

E’ Leonardo che fa dell’occhio un punto centrale della sua indagine sulla realtà.

Egli non rifiuta il dibattito fra teoria e mettitiva e recettiva in nome di un diciamo oggi, pragmatismo realistico.

Un’altra immagine interpretativa da considerare è quella di Vesalio che nonostante l’evidente origine sperimentale, ripropone le caratteristiche mitiche originali: una lente centrale un nervo ottico cavo e in asse ottico con le pupille.

Nel 1619 Scheiner propone la prima immagine moderna dell’occhio in cui vengono rimossi, tutti insieme gli ostacoli iconografici vecchi ormai di circa diecimila anni.

E’ interessante confrontare le immagini di Galeno che attraverso i due nervi ottici, che si sfiorano ma non si incrociano farebbe derivare uno sdoppiamento dell’immagine della freccia, con l’immagine di Mohammed ibn Ja’far ottocento anni dopo quando il chiasma assume l’aspetto di serbatoio comune, cui conducono i due dotti cavi dei nervi ottici.

E’ Taylor che perfeziona una intuizione generale di Newton che percepisce la necessità dell’incrocio delle vie ottiche, ma la peggiora con una problematica rappresentazione frammentaria della realtà, come esito di un clamoroso errore costruttivo.

E’ Ramon Y. Cajal che supera le difficoltà del modello seicentesco rappresentando una corretta idea-percezione della realtà.

La teoria di Cajal del significato del chiasma ottico dei vertebrati evidenzia come se non ci fosse incrocio il campo panoramico rappresentato dalla freccia sarebbe diviso.

Il chiasma completo permette alle due parti di essere ricomposte attraverso il tetto.

Questo comporta l’incrocio dei sistemi motorio e tattile, consentendo di operare fattualmente nel lato visivamente percepito.

Questa corretta interpretazione ha permesso di apprezzare la genesi della coordinazione visivo-motoria: i centri visivi secondari, i gangli spinali e le radici sensorie insieme alla via crociata delle cellule motorie, ai nervi ottici crociati e alla via sensoria centrale crociata, mostrano un progetto generale nel quale percezione e movimento esprimono per quanto attiene alla filogenesi una storia di comune sviluppo.

Sulle radici antropologiche del movimento sulle sue caratteristiche e sulle concezioni mitiche che lo riguardano non si svolge in questo libro un esame limitandosi a ricordare soltanto la verosimile antecedenza del fenomeno percettivo su quello motorio.

Per un eventuale appassionato al problema si ricorda che una schematizzazione come quella descritta serve per dimostrare come la dissociazione di livello tra incroci midollari dei fasci spino-talamici e dei fasci piramidali anteriori e le decussazioni bulbari dei fasci piramidali laterali e dei lemnischi mediali, realizza un processo che dal lato di una eventuale lesione preserva la sensibilità protopatica e la quota motoria dovuta al fascio piramidale anteriore.

Conclusivamente si può affermare che la rappresentazione corretta delle vie visive dell’uomo dimostra che la proiezione etero-laterale degli emisferi visivi sulle corteccie occipitali, mediante la struttura del chiasma ottico, quale si è realizzata nel processo filontogenetico, è determinante la congruenza delle immagini visive.

A titolo di gioco evoluzionistico si può rappresentare l’incongruenza realizzando una proiezione omolaterale degli emicampi sulle corteccie occipitali secondo la struttura di un ipotetico chiasma che non realizzasse un incrocio nervoso.

La rappresentazione viene forzata con la presenza invertibile di due emifacce incongruenti che sarebbero necessarie per dare l’informazione corretta di un viso.

Sempre chi si appassiona alla genesi della visione si ricorda che l’organogenesi filogenetica può essere sintetizzata nella maniera seguente: il chiasma si trova già costituito ai primi gradini della evoluzione dei vertebrati attualmente viventi, nei petromizonti cioè che sono ciclostomi, e si ritrova in tutta la serie degli gnatostomi vale a dire dei vertebrati forniti di mascella (pesci, anfibi, rettili e uccelli, mammiferi).

Data questa presenza ubiquitaria del chiasma presso i vertebrati si ritiene difficile pensare che l’incrocio dei nervi ottici rappresenti una struttura costituitasi per mutazione fissata immediatamente nella selezione naturale.

E’ piuttosto verosimile che rappresenti il risultato di avvenimenti graduali verificatisi lungo un arco di centinaia di milioni di anni per cui due vescicole ottiche estroflesse dall’encefalo verso la zona cutanea omolaterale sono venute a collocarsi in posizione controlaterale rispetto a quella iniziale mediante incrocio dei rispettivi peduncoli.

E’ certamente una interessante ipotesi sulla genesi della struttura del chiasma come oggi la si conosce.

Per chi si incuriosisce sul problema della genesi della visione si è cercato di rispondere al come e al perché si origina il chiasma.

Per completare la curiosità facendo riferimento al quando, bisogna riferire che per i precursori dei vertebrati si ipotizza che disponessero di abbozzi di occhi rudimentali congiunti con il cervello e collocati dorsalmente rispetto a quella che è la loro sede attuale rispetto all’encefalo.

Successivamente questi abbozzi di struttura visiva si ipotizza sia emigrati lateralmente sempre allineati tra loro fino a raggiungere una posizione opposta con un giro di 180°.

L’ipotesi di una migrazione degli occhi durante la filogenesi dei cordati pre o protovertebrati apparirà meno improbabile ricordando che noi sappiamo con sicurezza di una migrazione di 90° durante l’ontogenesi dei pesci pleuronettidi nel passaggio dello stadio giovanile a quello definitivo.

Si troverà più facile per capire che in quest’ultimo riferimento stiamo parlando della sogliola. (solea vulgaris ).

La prospettiva nella scienza e nell’arte

L’utilità della rappresentazione prospettica si ripropone costantemente per l’impiego che si è costretti a farne nelle evoluzioni più diverse dell’arte, della tecnica e dell’industria.

Quando si vuole raffigurare un aspetto reale del mondo o dell’immaginario si deve rendere conto della forma dell’oggetto che si vuole costruire o disegnare o proporre ad altri per realizzarlo.

A questo punto le tecniche della prospettiva sono sempre indispensabili e irrinunciabili. Anche quando si pensa di esserne fuori. Per tutti quelli che studiano le varie espressioni dell’arte il linguaggio prospettico è necessario perché fornisce gli elementi per rappresentare secondo regole che sono nella fenomenologia percettiva del cervello di tutti gli uomini.

E’ opportuno cominciare con la definizione del campo ottico.

Esso è determinato dall’osservatore e si può considerare come un pezzo di spazio delimitato in larghezza e in altezza, ma non in profondità.

Ciò è vero per gli aspetti dei meccanismi visivi per i quali l’orientamento generale è supposto costante. L’insieme degli stimoli fotonici che limitano l’immagine iniziano un processo di configurazione di una piramide regolare a base quadrangolare che per intenderci chiamiamo piramide ottica.

L’occhio diviene così il punto di vista e si pone come la sommità dell’angolo poliedrico.

La visione principale sarà in tal modo definita dall’asse di penetrazione.

Le apoteme costituiranno le aperture dell’angolo ottico in verticale e in orizzontale.

Da questo assetto deriva la considerazione dei piani che sono posti difronte all’osservatore e dei loro contesti.

Si considerano pertanto:

a) il piano neutro o piano dell’osservatore

b) il piano della tavola

c) il piano frontale dell’oggetto osservato

d) il piano virtuale.

Il piano neutro è quello ove si pone l’osservatore, o meglio l’occhio dell’osservatore; esso passa per l’occhio parallelamente al foglio dove gli elementi dello spazio restano senza prospettiva. E’ il luogo dove l’immagine dell’oggetto si ingrandisce all’infinito e per conseguenza dove gli elementi dello spazio hanno le loro immagini proiettate all’infinito.

SENSE AND DESIGN

IDEE PER UNA LETTURA FENOMENOLOGICA DEL PROGETTO PERUGIA DALLE PRIME AGGREGAZIONI URBANE ALLA CITTA’ DEL DUEMILA

Con un tratto di “presunzione” intellettuale ma con l’impegno di rigore metodologico si cerca di rispondere al quesito: “nel contesto della evoluzione storica e politica dei territori dell’Italia centrale è prospettabile una ipotesi di continuità tra il pensiero e la vita dei

primi abitanti di questa area con la maniera di strutturare la città da parte dei contemporanei? Si può ritenere che nel trascorrere del tempo si rintraccino, per caratteristiche da rilevare e definire, elementi di omogeneità?”

Una analisi della cognitività può mostrare elementi comuni, un filo logico che caratterizza gli insediamenti primi e la strutturazione della città attuale?

E’ necessario utilizzare un senso interdisciplinare e riconoscere che vi è tra la psicologia dell’uomo e la fenomenologia dei comportamenti umani una naturale interdipendenza e derivabilità. Pure essendo tutto ciò palmare spesso non se ne deriva la logica conseguenza nell’analisi.

La dimensione psicologica nell’ottica della esigenza non soltanto descrittiva ma descrittiva-comprensiva permette di avvicinarsi allo studio della evoluzione umana con spirito di libertà da pregiudizi. Ne deriva infatti una possibilità di analisi operazionale che evita di attenersi al modello precostituito delle cose che si stanno descrivendo.

Ciò permette di superare il rischio costituito dal partire in fondo dal presupposto “che anche gli altri hanno vissuto la vita che stiamo vivendo.”

In tale ottica tutto si basa su un termine di riferimento che diviene un presupposto errato nei rapporti tra l’osservatore e l’oggetto da osservare.

La utilizzazione di criteri di lettura strutturalista e fenomenologica tende a comprendere il ruolo esercitato dai fattori psicologici, da quelli ambientali, da quelli storici portando avanti una integrazione fra “natura” e “cultura”, considerando anche le attività di adattamento.

Si vuole insomma impiegare una analisi di tipo fenomenologico che considera l’individuo nell’ambiente fenomenico che egli è venuto strutturando.

E in questo ambiente si prende in esame il modo in cui si è cercato di risolvere i vari problemi considerandone le particolarità e le peculiarità.

Si utilizza in questa ottica l’assetto metodologico assunto dalla psicologia della forma che valuta l’importanza del concetto di struttura e del significato di distinzione tra ambiente geografico e ambiente vissuto.

In sintesi si usano vichianamente lo strutturalismo e la fenomenologia come possono applicarsi ad una lettura integrata e multidisciplinare della storia di questa città. Con qualche tratto di “azzardo” si esamina anche come l’universo che è nel “cranio degli uomini” si riflette nell’ambiente e nella sua struttura, nel modo di vivere degli uomini che la abitano, nei processi evolutivi che si attuano e interagiscono. Naturalmente un ruolo di rilievo deve essere anche assegnato ai modelli comunicativi che hanno strutturato le modalità della permanenza, della convivenza, della organizzazione sociale. E’ una ipotesi di lavoro che cerca di superare aspetti di reificazione storica proponendosi una lettura dinamica del rapporto dell’uomo con sé , con gli altri e con l’ambiente nella realizzazione del progetto città.

Ritengo necessario a motivo di una non nascosta giustificazione ricordare come apologo la storia dei due amici appassionati di botanica che per “capire” la genesi di una foresta scelsero due modi diversi: uno salì su un monte ne guardò i confini, ne apprezzò le dimensioni in relazione alle caratteristiche apprezzabili dei colori del bosco della verosimile altezza degli alberi osservò le caratteristiche delle radure, le modificazioni indotte dal tempo e dalle stagioni considerando grazie a questa macroimmagine che variava nel tempo anche l’opera degli uomini che vi agivano.

L’altro entrò nella foresta e la esaminò studiando i particolari che la caratterizzavano, ne risultò una catalogazione di ogni singolo albero delle foglie, dei frutti, dei fiori, raccolse le differenti linfe, si interrogò sul modo di datare gli alberi descrisse i motivi che minacciavano la vita di alcune piante.

Quando qualche tempo dopo i due attenti osservatori si incontrarono ognuno di loro descrisse una foresta che non aveva niente a che fare con la descrizione della foresta dell’altro.

Mi piace far terminare l’apologo supponendo che i due osservatori decisero di usare un metodo associativo: si scambiarono le molte pagine che ognuno aveva scritto in riferimento alle proprie esperienze e decisero che una prima relazione doveva tenere conto di ambedue i criteri di osservazione e inoltre che sarebbe stato meglio fare un altro periodo di studio nel quale essi avrebbero invertito le parti e i criteri di analisi.

Funzione dell’apologo in una rassegna che per la sua brevità non può raccontar tutto è solo quella di indicare la filosofia di scelta nella lettura della genesi degli aggregati umani.

La filosofia che caratterizza il punto di vista a cui si fa riferimento nel titolo propone l’ipotesi della spiegazione dei sistemi di aggregazione come sistemi che si auto-producono sulla base di un meccanismo di autopoiesi e cognizione.

Questa fenomenologia autopoietica è sostenuta dallo sviluppo di funzioni cognitive che divengono collettive. Così è interessante vedere come l’autopoiesi abbia introdotto nell’organizzazione dei sistemi umani la ipotesi che la fondazione biologica della conoscenza ha, insieme ai fattori ambientali, un posto proprio nell’analisi della società degli uomini.

Naturalmente questo muove dalla convinzione che l’antropologia che distingue l’uomo dall’animale non è il solo strumento di scelta per esprimere queste idee. Occorre capire l’articolazione intercorrente tra biologia e antropologia con un utile attraversamento delle neuroscienze. Le chiavi della natura dell’uomo sono nella nostra cultura ma occorre ricordare che questa espressione è certamente biunivoca: le chiavi della nostra cultura sono nella nostra natura. Quando l’uomo crea il mito, la magia, il disordine, si può ritenere che si rifaccia anche alla sua evoluzione biologica. Si apre così uno scenario che descrive la natura umana come fondata su meccanismi che riguardano la auto-organizzazione che si risolve in una logica del vivere della quale si appropria ogni essere vivente. In tale ottica diviene meno banale affermare che un nucleo umano che si costituisce nella Foresta Nera o ai margini di una oasi africana, oltreché essere influenzato da fattori climatici, ambientali, in qualche modo “storici”, è sicuramente determinato anche dalla facoltà di ragionare e sragionare dell’uomo. In questo senso bisogna proporsi di conoscere la conoscenza che sottendeva le scelte che progressivamente venivano fatte. La magia, i miti, il concetto di misura, di ordine e di disordine, sicuramente hanno influenzato alcune prime scelte quanto una fonte di acqua o un riparo sicuro.

Un territorio geologicamente definibile di seconda e terza formazione, calcareo, arenario, alluvionale a causa di un grande lago, con elefanti preistorici, come testimonia il museo paleontologico di Pietrafitta, coperto di boschi, fu il contesto nel quale si avviò il processo autopoietico della conoscenza in ominidi che anticiparono la presenza dell’homo sapiens sapiens.

In uno scenario di questo tipo si realizzano punti di contatto tra le popolazioni tirreniche che arrivano fino ai margini dell’Umbria provenienti dalla Toscana, gli Umbri che vivono nell’Appennino centrale e gli Iberici posti sul lido occidentale della penisola.

I primi raggruppamenti umani sul territorio che diverrà perugino probabilmente si ebbero con popolazioni umbre o tirreniche.

Il più classico ricordo storico ce lo fornisce Catone con la espressione “Sarsinates qui Perusiam condiderunt”.

Dal punto di vista dell’incontro delle civiltà Dionigi d’Alicarnasso riferisce che il fiume Ombrone che scorre in Toscana prendesse il nome dagli umbri prima che l’espansione etrusca verso oriente occupasse il terreno tra questo fiume e il Tevere.

La occupazione del territorio umbro da parte degli etruschi spiega perché i romani dicessero “Umbria pars Tusciae”.

Così Perugia, umbra per fondazione ed etrusca per colonia diviene l’anello di congiunzione fra due antichi popoli italiani.

Nella storiografia della città cominciano a questo punto tra leggenda e storia ad evidenziarsi persone ed eventi che sarebbero o potrebbero essere definiti fondatori della città.

E’ a questo punto che la interpretazione fenomenologica che si propone in questa sintesi, si distacca da una lettura storicistica per proporne una che tenta con qualche ragionevolezza di trovare radici, che tra antropologia e cognitivismo rivaluti la funzione del cervello dell’uomo. Si tratta di valutare i processi legati alla conoscenza degli uomini, ai miti che vivevano, alle superstizioni che agivano nei singoli e nei gruppi, alle convinzioni che si strutturavano sulla base di relazioni intrapsichiche e interpersonali nonché alla cura della prole e alla primitiva organizzazione del potere, nonché al coagire di tutto ciò.

Nell’evoluzione biologica così come nelle vicende storiche evolutive delle aggregazioni umane le trasformazioni riconoscono cause che possono provenire dall’esterno o dall’interno.

Per intenderci usiamo i termini corretti di cambiamenti ectogenetici in riferimento alla prima situazione e autogenetici quando i cambiamenti evolutivi partono dalla mente. Il cambiamento genetico come quello sociale sono il risultato della interazione tra l’uomo, la sua cultura e l’ambiente.

La ipotesi autogenetica per contro si paragona classicamente, ma in maniera riduttiva e impropria, ad una scatola musicale meccanica. Nel senso che la molla sta nel processo di formazione filogenetico e ontogenetico e si può sviluppare continuando a suonare le musiche che stanno dentro la capacità della molla e delle schede di risonanza. Una teoria di questo genere ricorda che proprio per spiegare l’evidente esistenza di uno scopo della vita (l’immagine di sé, la relazione con gli altri, l’aggregazione e le regole di questa), bisogna ritenere che tale scopo sia una proprietà intrinseca della cognitività dell’uomo, della sua mente.

Una lettura fenomenologica dei processi di aggregazione e della costituzione naturale di regole che riguardano la struttura dei comportamenti sociali e coinvolgono le relazioni e interazioni ambientali-deve così rifarsi ai processi di differenziazione cerebrale che considera dai vertebrati, al pesce, all’uomo la strutturazione di segmenti che presiedono criteri e funzioni di scelta.

Nei pesci il prosencefalo (parte anteriore del cervello) contiene i centri dei sensi dell’olfatto, nei rettili diviene più complesso e nei mammiferi diventa la parte più grande con lo sviluppo della corteccia. Nella scala zoologica scelte territoriali e comportamenti sociali degli animali, mostrano la enorme influenza di questi fattori strutturali. Sono premesse da considerare quando

ad un certo momento dell’evoluzione si sviluppa il rapporto tra l’uomo e il territorio. Nella ipotesi che si prospetta non si tratta tanto di esaminare il passaggio dalla fase della migrazione a quella della stanzialità, vincolando il processo alle condizioni esteriori, si tratta piuttosto di capire che quando “parliamo di noci di cocco nel nostro cervello non ci sono le noci di cocco.”

Questo principio reso famoso da Alfred Korzybski opera a molti livelli per cui la mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata.

In termini correnti la piana proposizione ricorda che sempre quando c’è pensiero o percezione oppure comunicazione sulla percezione, vi è una trasformazione, una codificazione tra la cosa comunicata e la sua comunicazione.

Dare un nome è sempre un classificare e tracciare una mappa è essenzialmente lo stesso che dare un nome.

Quando tra gli uomini si cominciano ad identificare luoghi che assumono lo stesso significato per molti, si comincia anche a disciplinare il modo di pensare. E’ il passaggio dalle esperienze soggettive ai processi di formazione delle immagini che coniugano inconscio ed esperienza. Si viene così formando un meccanismo mentale e biologico che converge in un processo di conoscenza umana che viene allestendo l’albero della città. Così le radici, il tronco e la chioma sono la composizione esteriore di una linfa cognitiva che si va sostanziando di materiali percettivi basali, informanti la struttura e la nomenclatura della mente.

Dal punto di vista della percezione visiva la presenza costante di alcune strutture che divengono punti di riferimento mette in gioco lo svilupparsi di principi gestaltici che divengono una modalità di linguaggio comune visivo. A questo proposito è interessante domandarsi se i processi cognitivi, che prevalentemente si fondano sulla percezione visiva, utilizzano una procedura di tipo induttivo o di tipo deduttivo nella fase iniziale dello sviluppo di una riunione umana. E’ ragionevole ritenere che la formulazione di principi che riguardano i criteri della organizzazione, dell’interscambio, dell’accettazione di certezze condivisibili, siano stati il frutto di una combinazione di natura induttiva. La probabilità induttiva legata alla convivenza si è fondata sul fatto che almeno essa non poteva cambiare da persona a persona e da momento a momento ed era sostenuta dalla forza dell’evidenza. Lo sviluppo della mente dell’uomo diviene così una importante misura strutturale dello sviluppo dell’organizzazione umana e della nascita delle prime aggregazioni urbane. E’ soltanto a questo punto che nel processo intervengono la serie di fenomenologie storiche che aggiungono nuovi elementi di interattività nelle scelte degli aggregati che diverranno strutture urbane.

La nascita dell’immaginario collettivo in riferimento a luoghi, azioni, comportamenti, ha utilizzato certamente quanto dell’esperienza archetipale dell’uomo era a disposizione della sua coscienza, misurandosi però con questa nuova esperienza collettiva che riproponeva anche una lettura e una percezione del sé.

Le prime strutture nascenti divengono l’elemento percettivo visivo di riferimento per indicare la comunità, il luogo, lo spazio dell’interscambio.

Queste prime strutture sono certamente state il nome delle “città senza nome”. Divennero poi luoghi per comunicare e condividere paure, attese, desideri, iniziazioni, assai prima di divenire templi o luoghi di sacrificio o di conservazione di elementi comuni di riferimento per la comunità.

Quando le città nascono e comincia la loro storia tutto questo è già avvenuto e influenzerà in maniera significativa i criteri di strutturazione delle future aggregazioni umane. Ma la costituzione delle comunità propone problemi che debbono essere regolamentati, la parentela, i matrimoni, la proibizione dell’incesto, la esogamia, la fissazione di aspetti linguistici, la definizione dei ruoli sociali. E’ ragionevole pensare che la nascita e la definizione di miti, di riti e di pratiche magiche abbia coagito nello svilupparsi di un progetto di Io collettivo con gli aspetti precedentemente considerati.

E’ suggestivo ricordare che Claude Lévi Strauss citando una notazione di Paul Radin riferisce sulla tribù dei grandi laghi americani, i Winnebago: che erano divisi in due metà “quelli che stanno in alto” e “quelli che sono della terra”.

Le persone che venivano invitate e addestrate per fornire la informazione sulla struttura del villaggio, ne davano due diverse rappresentazioni. In una si descrive un villaggio a pianta circolare ove due metà sono separate da un diametro teorico N.-O. - S.-E., in un’altra un villaggio che aveva una pianta circolare ma con differenze capitali, mancava il diametro determinante i due semicerchi e si rappresentava un cerchio più piccolo inscritto in uno più grande con un limite di alberi che ripeteva il motivo della foresta che circondava il tutto. Il disaccordo degli informatori Winnebago ci presenta una varietà delle due forme che corrisponderà poi a degli assetti reali.Si conoscono infatti villaggi che sono effettivamente strutturati secondo l’uno o l’altro modello.

Commenta Lévi Strauss “vorrei mostrare che non si tratta necessariamente di un’alternativa: le forme descritte non riguardano obbligatoriamente due disposizioni differenti; esse possono anche corrispondere a due maniere di

descrivere un organizzazione troppo complessa per formalizzarla mediante un modello unico. Si ricorre allora piuttosto alla rappresentazione di posizioni nella struttura sociale o ad altri criteri empirici. Così i membri di ogni metà avrebbero tendenza a concettualizzarla tanto in una maniera quanto nell’altra. Noi conosciamo infatti dei villaggi che sono effettivamente distribuiti (o che sono concepiti come rappresentazione ideale) come l’uno o l’altro dei modelli.” Cita ancora come esempio delle due condizioni, i Bororo del Mato Grosso centrale per la struttura diametrale studiati da Colbacchini e Albisetti e il villaggio di Omarakana nelle isole Tobriand , studiato da Malinowski, per la struttura concentrica.

Consapevole di rappresentare uno dei punti di vista per la visione fenomenologica di una antropologia evoluzionistica preciso che questa relazione è incentrata prevalentemente sugli aspetti delle scienze naturali e sulla evoluzione dei processi mentali. Questo aspetto viene dunque stressato per presentare la sua quota di influenza nella programmazione della struttura e dell’organizzazione delle città. Naturalmente non trascurando la nuova dimensione che entra nello studio dell’organizzazione umana

negli anni trenta sulla base degli impulsi che con “Totem e Tabù” Freud introduce.

E’ una prospettiva evoluzionistica che proponeva una teoria psicologica per la comprensione dello sviluppo dell’uomo e dei suoi prodotti strutturali e istituzionali. Riteneva questo punto di vista che le esperienze dell’uomo primitivo costituissero fattori costituzionali dell’uomo moderno.

A proposito di questo si può sostenere che Freud e il lamarckismo forniscono elementi di ragionevole analisi dei fondamenti sui quali si può strutturare la psicologia dell’adattamento, studiandone derivazioni e conferme empiriche. Si può poi introdurre una corretta revisione mediante nuove ricerche. Resta il fatto che queste conoscenze comunque, nel loro insieme, permettono di incrementare il sapere sui meccanismi dell’adattamento sociale e personale dell’uomo.

A questo punto è necessario precisare che non vi è intenzione di elaborare polemiche sulla relazione tra scienze psicologiche e antropologia. Si cerca soltanto di precisare che lo studio delle aggregazioni, delle istituzioni e del progresso dell’uomo, trovano una importante fonte di comprensione mediante la conoscenza dello sviluppo ontogenetico così come di quello motivazionale che è frutto dell’opera interiore della mente .

Come promette il titolo cercherò a questo punto di vedere quali inferenze le idee che sono state sopra esposte, possono portare agli elementi di comprensione per la “lettura” della città del futuro.

E lo farò con la brevità che è resa necessaria da una relazione da contenere in trenta minuti avendone già impiegati più della metà.

Ma anche nella convinzione che in tale tempo si deve poter dire “moltissimo” se ci è occorso di rifletterci abbastanza.

La città del duemila deve certamente fare i conti con la mente dei suoi abitanti ma intanto bisogna dire che trattasi di una popolazione che ha ricevuto ormai contributi ampi di relazioni culturali e di soggetti umani con altre regioni italiane e non soltanto con queste. Ma nello spirito di ricerca che sottende queste considerazioni tengo a sottolineare che al momento attuale aldilà delle teorie sulla città cablata o sugli aspetti tecnologici che vengono enfatizzati ci si trova di fronte ad un nuovissimo problema: quello della rappresentazione raddoppiata.

I segni che sempre più rappresentano la città possono essere più o meno probabili, più o meno remoti da ciò che significano, possono essere naturali o arbitrari, senza che la loro natura o il loro valore di segno ne risultino alterati. Si può dire con Foucault che “tutto ciò mostra chiaramente che il rapporto segno-contenuto non è garantito nell’ordine delle cose stesse. Il rapporto del significante col significato si situa ora in uno spazio in cui nessuna figura intermedia garantisce più il loro incontro: è internamente alla coscienza il nesso stabilito fra l’idea di una cosa e l’idea di un’altra”.

E’ così che l’idea significante si sdoppia, giacché all’idea, sostitutiva di un’altra, si sovrappone l’idea del suo potere rappresentativo.

All’idea dei segni nel pensiero classico si sostituiscono mezzi di conoscenza che utilizzano chiavi e saperi che derivano sempre di più dalla rappresentazione del mondo fino a sostituirne la realtà.

La Perugia del duemila pencola sopra il grande rischio di strutturarsi al di fuori delle logiche storiche e delle ideologie con una modalità di pensiero collettivo che sempre di più si rifà al concetto che gli uomini non abitano il mondo ma sempre più la descrizione del mondo.

Si va acquisendo sempre più un significato delle cose che deriva da un usorappresentato delle cose il quale prosegue il lavoro della educazione descrivendo un mondo che non esiste se non nella sua descrizione.

Apparentemente nulla di nuovo se si pensa alle mitologie del passato.

La differenza sta nell’ininterrotto rinforzo, in termini pavloviani, e nel fatto che i segni raggiungono con la loro ambiguità l’intero sociale.

Le rappresentazioni telematiche non si guardano perché si subiscono, ma perché si è al mondo, che ha in esse la più estesa rappresentazione. Stiamo imparando a vendere e comprare, a governare, a lottare, a godere a soffrire, ad amare attraverso le rappresentazioni che ci vengono date non utilizzando più i modelli che imparavamo dal nostro ambiente di vita. In un mondo che accade perché lo si comunica la città si adeguerà: la rappresentazione che ce ne verrà data avrà scarso valore perché non verrà dopo i fatti, ma prima dei fatti, essendo ciò, per cui i fatti sono fatti. Da un certo punto di vista è il trionfo del logos e dell’immagine che non solo anticipano la realtà ma si strutturano prima di definirla sulla base di una prefigurazione che è più importante della figurazione.

La città a questo punto non sarà più discernibile dal suo racconto e questo sarà strutturato per essere raccontato.

Mi piace rivendicare a questo punto il ruolo innovatore che l’invenzione e la scoperta possono introdurre in un processo che sembra irreversibile nel fondarsi nella illusione della verosimiglianza. La creatività, che spero non manchi al futuro dei cittadini, può divenire una graduale riscoperta e rianalisi delle apparenze, riformulando simboli di concetti che tengano conto dei nuovi codici comunicativi. E si rifacciano ad una materialità biologica che grazie alla propria plasticità si sarà venuta adattando. Una sorta di neosimbolismo, nascente da un nuovo umanesimo, per cui il nuovo simbolo si potrà riavvicinare quanto più possibile all’aspetto vero, in modo tale che le consuetudini concettuali si confrontino con la verità.

Franco Federici

SEMEIOTICA DEL SISTEMA NERVOSO

Una conoscenza del sistema nervoso e dei criteri basali che ne sottendono la organizzazione generale è indispensabile supporto per la comprensione della malattia neurologica sulla quale il dottore in fisioterapia dovrà lavorare.

Si ripete fino alla noia che “un colpetto sui tendini patellari, una valutazione frettolosa della risposta pupillare alla luce e una stima superficiale della forza della stretta delle mani”sono le modalità che studenti e medici attuano ritenendo di saperne poi quanto basta.

E’ fondamentale invece che proprio chi non è neurologo conosca, se deve ricostruire un uomo attraverso il riconoscimento e la lettura dei deficit, come superare l’handicap, suscitare supplenze, evocare apprezzabili compensi compatibili con l’esistere possibile le strategie operative e le modalità di esame del sistema nervoso.

Questo rende necessario avere nozioni e capacità semeiologiche che permettano di sapere prima dove si trova la lezione e poi in che cosa consiste.

Occorre sistematicamente indagare:

a) attività cognitiva e suoi parametri fondamentali

b) nervi cranici che permettono di essere valutati “di per sé” ma anche per indicare un livello lesionale,

c) sistemi motori e riflessi, con inclusione di quelli autonomici,

d) apparato cerebellare e relative regolamentazioni della marcia, della stazione eretta, degli aspetti attribuibili ai vari segmenti strutturali, al verme e agli emisferi,

e) vie sensoriali generali e specifiche, complesse per intervento di più attività funzionali e distrettuali.

Non ha senso pensare ad un esame del sistema nervoso che non inizi con una anamnesiproprio perché nella maggior parte delle malattie neurologiche a una comprensione della patologia si giunge soprattutto sulla base dei dati anamnestici.

Passato il rincoglionimento legato alla urgenza degli esami brevi note di conoscenza sistematica,proporranno elementi di metodologia con calma ma con continuità, sempre per dopo.

PERCORSI DAL FIGURATIVO ALL’ASTRATTO ALL’INFORMALE

Ci si può domandare se il ruolo giocato dalla identità di chi osserva si coniuga e in che modo ad aspetti che derivano dalle appartenenze culturali. E’ palmare ad esempio nella lettura dell’opera un’appartenenza religiosa, oppure di genere. Una prima osservazione rispetto al criterio di percezione dell’immagine rappresentata si misura con l’elemento essenziale del rapporto con lo stato di coscienza

di riferimento: l’immagine, è e non può essere diversamente, una forma di coscienza. Si è ritenuto a lungo che l’immagine fosse nella coscienza e che la rappresentazione fosse nell’immagine. In una visione di questo tipo la coscienza è popolata dalle immagini. Una considerazione di Sartre ricorda che questa illusione deriva dalla consuetudine di pensare in uno spazio e in termini di spazio. Utilizzando un criterio di Hume ricorda che c’è da distinguere le impressioni e le idee. Le prime sono le percezioni che penetrano con maggiore forza, le idee invece sono un residuo delle impressioni che solitamente impieghiamo nel pensare e nel ragionare. Queste idee sono essenzialmente derivate dalle immagini dunque l’idea di una forma ha una relazione estrinseca con la forma esistente che è stata rappresentata. Non è dunque una forma inserita in un mondo esterno ma è quella che ho visto mentre mi si rappresentava. La percezione per ognuno di noi è una certa coscienza che ha un oggetto rappresentato dalla forma, in sostanza la forma è l’oggetto in questo caso della coscienza. Una immagine di quella forma non è e non può essere la forma. Una fase essenziale di riflessione ci fa capire che sia la sua percezione, o la sua rappresentazione immaginata, producono una identificazione per cui la forma della mia percezione e quella della mia immagine sono identiche. E’ la coscienza che ci ha rappresentato quella forma secondo due modalità. Solamente in una delle due condizioni però la forma è “incontrata” dalla coscienza mentre nell’altra non è così e la forma non è nella coscienza nemmeno come immagine. Se le cose stanno così l’immagine indica il rapporto tra coscienza e oggetto.

Di fatto c’è una modalità mediante la quale la rappresentazione si rapporta alla coscienza, oppure una certa maniera nella quale la coscienza si offre all’oggetto rappresentato. In questo senso l’immagine mentale dovrebbe chiamarsi coscienza della cosa rappresentata in immagine o coscienza immaginativa della stessa. L’immagine dunque è un rapporto tra cose rappresentate e rappresentazione. Bisognerebbe rifarsi ad Aristotele che deriva la parolafantasia da luce per cui le immagini fantastiche hanno attributi simili a quelli della percezione che il pensiero utilizza come rappresentazione della realtà. Di solito il nostro pensiero utilizza espressioni verbali con termini che sono poveri di contenuto rappresentativo-sensoriale. C’è un problema in merito al processo di distinzione tra rappresentazione, fantasia e percezione che si compenetrano ogni volta che ci poniamo in condizioni di osservatori come sta capitando in questa situazione. Figurativo, astratto, informale hanno una genesi comune che si è cercato di evincere dalla psicologia e fenomenologica della immaginazione. Viene in mente l’esperimento di C.V.Perky che all’inizio del secolo scorso utilizzò studenti universitari che avevano fatto più esperienze di autoosservazione proponendo loro di immaginare una mela quanto più vivacemente possibile su uno schermo diafano che veniva loro posto davanti. Sulla faccia posteriore dello schermo si proiettava nella non conoscenza del procedimento una figura di mela relativamente indefinita che ogni studente pensò che fosse il frutto della sua immaginazione. E questo è un altro rapporto che entra nel processo percettivo tra aspettativa, memoria, rappresentazioni eidetiche, con apertura a molte sinestesie che si pongono tra realtà e cooperazione interpretativa. Allora c’è da considerare l’immagine in rapporto ai concetti che in ogni caso sono nella testa del visitatore e alle “regole” della percezione. Percepire, concepire, immaginare sono dunque i tipi di coscienza mediante i quali ci viene dato lo stesso oggetto. Senza scomodare l’esempio della classica percezione del cubo del quale non posso sapere nulla se non ne ho osservato le sei facce. Ne posso vedere “al meglio” tre simultaneamente e debbo cogliere successivamente una manipolazione che mi renderà il cubo nonostante che quando ne scorgo solo tre facce per altro esse non sono percepite come tre quadrati, e dunque debbo usare le apparenze che percepisco per guadagnare la realtà. Le rappresentazioni dunque si possono strutturare come serie di profili e di proiezioni. E’ una condizione che serve soltanto per confermare che l’apprendimento degli oggetti percepiti solitamente ci fa moltiplicare possibili punti di vista. La percezione dell’immagine è dunque un fenomeno che presenta e sviluppa molteplici aspetti. Bergson diceva che “è come fare il giro degli oggetti”, con la espressione bisogna attendere che “lo zucchero si sciolga”. Le immagini inducono un apprendimento progressivo e nella percezione c’è un sapere che si forma lentamente; l’immagine senza riflessione è soltanto apparentemente un sapere immediato. Da questo punto di vista l’immagine non si apprende e pure essendo organizzata come gli oggetti che apprendiamo si dà tutta intera fin dalla sua apparizione. E’ ancora Jan-Paul Sartre che nella psicologia fenomenologica dell’immaginazione raccolta nel suo testo “immagine e coscienza”, ricorda che se si fa girare mentalmente un cubo-immagine e se si finge che ci presenti le sue diverse facce alla fine dell’operazione non avremo fatto nessun progresso: non avremo imparato nulla. Ci si è posti davanti a queste opere e ci possiamo interrogare per distinguere le immagini percepite ripensando alla loro genesi. Nelle dinamiche percettive ogni cosa si presenta sempre conservando una grande quantità di rapporti con altre cose. C’è qualcosa dunque di “traboccante” nel mondo delle cose. Si può concludere che in questo processo “vi si trova a ogni istante sempre infinitamente di più di quel che possiamo vedere” e questo traboccare è costitutivo della stessa natura degli oggetti. La percezione è un processo elaborato e ricco, nell’immagine c’è invece una specie di povertà essenziale. Di fatto l’oggetto della percezione si espande sempre dai limiti della coscienza mentre l’oggetto dell’immagine è sempre solamente la coscienza che se ne ha. Se infine il rapporto tra l’immagine e il suo oggetto rappresenta ancora elementi di indagine, si conosce la dinamica dell’immagine, ma diviene essenziale formulare una teoria, una spiegazione del rapporto fra le rappresentazioni e i fruitori delle stesse: un aspetto pragmatico nel quale c’è da interrogarsi per descrivere come l’immagine induca atteggiamenti funzionali che penetrano nella corporeità e nei contenuti fisici e psichici determinando insieme una rappresentazione analogica e una struttura comportamentale. Non si sta proponendo qui l’esistenza di due mondi complementari quello delle cose e quello delle immagini nel senso che di volta in volta mentre uno si ottenebra l’altro proporzionalmente si fa chiaro, ma si vuole ricordare che le immagini sono sullo stesso piano delle cose e che sono collocate nello stesso progetto dell’esistere. Si vorrebbe cogliere qui se vi sono “persuasioni concernenti programmi di esistenza”. L’immagine quindi si arricchisce di conoscenze che attraverso un processo di coscienza va a strutturare alcuni strati del sapere e del comportamento. E’ un aspetto della struttura attiva dell’immagine divenendo di fatto un supporto del sapere. In questa circostanza l’osservatore è attraversato da una attesadi immagini che gestisce l’arrivo di segmenti di immagini che attivano processi mnesici formulando un progetto di immaginazione creatrice. Presenta dunque una dinamica del divenire conoscenza versus coscienza che induce un processo che in linguistica viene definitopragmatica. Si lasciano queste immagini d’arte con una impressione generale che permane. E qualche volta ci si ferma o sofferma perché si aspetta quello che si stava pensando prima che l’immagine arrivasse. Per rinforzare il progetto di partecipazione, evitando accuratamente la parola test si può fare riferimento alla relazione esistente ad esempio tra le immagini e i movimenti. Guillaume nella sua tesi di dottorato ha mostrato che l’immagine diviene causa motrice dei movimenti e nello stesso tempo elemento di controllo. Successivamente anche altri hanno mostrato che ci sono immagini che divenute processo mentale sono traduzione cosciente di atteggiamenti muscolari. Possono divenire la idea di un movimento da compiere. Non c’è da scomodare il cinema né gli esperimenti in laboratorio per parlare della funzione delle immagini nella struttura di processi mentali. Il processo è lungo, e non affascinante, ma si sta proponendo una analisi che fornisca qualche spiegazione del rapporto tra la coscienza immaginativa indotta e il processo mentale che diviene esistenziale che si sviluppa attraverso una psicodinamica di analogon anche affettivo. Se in conclusione l’immaginazione è stata cancellata dal notes degli psicologi quando smisero di credere alla psicologia delle facoltà non c’è da togliere valore però ad una importante indagine che riguarda una grande funzione psichica: la acquisizione e la gestione relazionale di una conoscenza di aspetti dell’arte che hanno assunto una loro grande pervasività. Ed è superfluo aggiungere che una riflessione sul rapporto tra arte e pubblicità può spiegare non solo per metafora un vero procedimento mentale e comportamentale in atto.

Per una ricerca di qualche essenza non palese nelle conoscenze di neurobiologia della cecità e della sordità

L’ingresso al Serafico esige di riflettere sui paralipomeni della neurobiologia della cecità e della sordità nel senso che occorre conoscere proprio il valore e la novità del “cambiamento” della

fenomenologia comunicativa, conoscere le cose non dette sull’essere cieco, sordo o in ogni caso inabile. La comunicazione umana si articola mediante codici flessibili, cognitivi affettivi e collaborativi. Occorre porre l’accento su quest’ultima modalità, quella della collaborazione traducendola in volontà di collaborazione che nei parlanti e vedenti costituisce l’aspetto più caratterizzante e di massimo significato. La pratica di questa volontà permette un dialogo che si integra e si aggiusta continuamente, genera condivisione delle maniere più diverse di fare rapporto determinando regole e scopi della comunicazione. Ma “qui” siamo ai paralipomeni, alle cose non dette, alla descrizione e studio del non uso delle componenti extrapercettive visive, extra linguistiche, extracomportamentali consuete e correnti, ma a una estensione, riduzione, diversificazione dei segni e dei significati. Una comunicazione dunque che non è fatta di consueti dati scambiati ma di intenzioni e di progetti, di destini, aspirazioni e desideri che riguardano in ogni caso anche i soggetti apparentemente più chiusi e “remoti”, che sembrano non averli e invece…. In questi casi è di base ritenere che esista un contesto che è articolato e vasto anche quando non se ne individua nemmeno la presenza. Così nella persona che si ha davanti c’è da considerare e capire che nella sua mente, almeno nel suo corredo genetico, esistono le invarianti universali legate al fatto che si esiste, che stanno anche nel nostro cervello. Ma se questa è opinione che si trae a riguardo dell’umana comunicazione da Chomsky, è necessario ricordare con Searle che in ogni tipo di comunicazione vi è uno spazio cerebrale nel quale si configurano e si concretizzano intenzioni e progetti “di natura”, ove i significati umani e culturali si determinano soprattutto mediante una molteplice varietà di eventi e di combinazioni interpersonali. E occorre inderogabilmente domandarsi se in uno, in ognuno, in tutti gli ospiti di questo istituto non vi sia, non vi debba essere, all’inizio una espressione coevolutiva nello stabilirsi del rapporto tra l’operatore, che in ogni caso deve essere tecnico di qualità, e i mutamenti, le resistenze, l’inconsapevolezza iniziale della tensione dello scambio che si sta iniziando con le modificazioni evolutive che si costruiscono. Avvengono dei cambiamenti nel dottor cervello di tutte e due le persone che si confrontano che fanno sperimentare ad ognuno tutte le difficoltà e le sofferenze d’adattamento. Dunque l’individuo che abbiamo davanti si racconta la propria storia perché raccontare è una attività tipicamente umana e gli umani praticheranno sempre la regola della narrazione del sé perché questa è regola, anche nella dimensione biologica, insopprimibile. Gli uomini raccontano e si raccontano e la domanda reciproca è incentrata sullo scambio delle due narrazioni. Ha affermato Mondrian, che ha cercato di rappresentare il mondo della realtà e dell’astratto con l’arte, che l’essenza delle cose non si conosce nella percezione ma mediante la riflessione fenomenologica basale su di essa, quale che sia la via che la conduce al cervello. E se si tratta di una operazione che interessa il cervello debbo interrogarmi su di essa non soltanto in riferimento a me, ma anche al lui che ho davanti. Osservare queste persone mostra con evidenza indiscutibile che ci sono luoghi, situazioni, ambienti che “indossano” con più agio di altri. Così capita di constatare che alcune circostanze calzano loro meglio o bene, invitano all’esplorazione, evocano consonanze, costruiscono alcune adeguatezze. E una funzione essenziale è anche legata a questo luogo come sottomultiplo dello spazio esterno che diventa però una relazione, un legame che interrela lo spazio e la persona che lo abita con il resto del mondo familiare e sociale. Penetrabilità, possibilità, flessibilità, scenario, ordine raccontano allora la diversità rispetto al non essere di uno spazio anonimo. Si deve costruire invece la promessa di poter essere in un luogo esperito per le possibilità che propone, traendo significato da una immaginata globalità e universalità. Il luogo diventa dunque un luogo di vita per vivere e non un contenitore senza senso. Tutto ciò fa venire in mente Aristotele che negava la spazio pensandolo costituito soltanto da ciò che lo occupa. Si sta provando, a me pare di studiare gli elementi essenziali della costruzione del sé per “ognuno di loro” con il proposito di vedere, e far vedere, “al di là” di quanto appare.

La relazione sempre più evidente tra la persona disautonoma, secondo le nostre regole, e l’operatore agente tecnico a qual si voglia livello, prelude sempre alla formazione di una nuovaunità evolutiva. E’ difficile capirlo se la partecipazione cognitiva è resa remota da quella emotiva. Si tratta di un processo evidente di coevoluzione creatura-ambiente-operatore, e aggiungo istituto, con tutte le sue invarianti e variabilità. Occore ricordare che questo si fa coinvolti da una carica emotiva (entusiasmo e/o all’opposto preoccupazione e magari dissenso) che necessita dello strumento della conoscenza e della razionalità per non dimenticare che questo capita proprio perché si tratta di questioni cruciali per l’immagine che l’uomo ha di sé e dell’altro.

Entrare qui richiede, impone, di ricordare che le conoscenze di lui escono dall’involucro del corpo e non possono diventare pezzi di oggetti o di funzioni su cui è possibile operare, ma occorre, raffreddando l’emozione e puntando sui processi di cognizione, attivare un processo autopoietico per essere dentro e studiare il rapporto lui-conoscenza-mondo che sta costruendo funzioni, qualità, trasformazioni, il cui esito è difficile da prevedere senza una accurata attenzione e consapevolezza per il “seguito”, per ciò che avviene dopo. E per farlo occorre volerlo ma non va dimenticato il fattore tempo perché anche la volontà ha bisogno di tempo per formarsi, organizzarsi, manifestarsi. C’è un fenomeno creaturale di una reazione e/o una assenza di azione da capire, considerando che la creatura lui rappresenta il mondo dell’uomo e la sua reazione dipende da un contesto di situazioni che aggiungono allo stimolo-risposta molte altre componenti.

I modi per vedere cose che appaiono lontane sono tanti. Lucrezio che poeta “extra flammantia moenia mundi” fece dire a un liceale “ma che roba” “dove va a pescare le fiamme” e quel liceale ebbe a ricredersi quando una navicella che tornava sul pianeta impattando con l’atmosfera terrestre bruciò. Pirandello che gioca con la costruzione del sé dei suoi sei personaggi in cerca d’autore. L’ossimoro padre-figlia che è tale per la possibilità di ribaltare i ruoli, per tentare la comprensione con uno sguardo “ingenuo”. Calvino con la città invisibile di Cecilia dove “i luoghi si sono mescolati, Cecilia è dappertutto; qui una volta doveva esserci il prato della salvia bassa, ora le mie capre riconoscono le erbe dello spartitraffico”. In conclusione, poeti, scrittori, scienziati, formulano teorie che sono essenziali per capire. “E le teorie sono reti, chi non le butta non pesca”. Dunque questa è una cultura di frontiera che articola criteri e forme di arte, di scienza, di tecnologia, di comunicazione che si stanno apprendendo con l’ausilio di tutti. Occorre esaminare l’aspetto fondamentale che attiene al linguaggio e alla necessità, possibilità di rappresentazione per descriverla e capirla. Il maestro De Franceschi con un film percorre una di queste strade e apre ad una dimensione immateriale, spirituale, un percorso di comprensione ulteriore. Coniuga osservazioni, pensieri,considerazioni che vengono condotte avanti dalla ragione tramite il mezzo dell’arte filmica e della composizione musicale. E’ una finale mediazione della comunicazione tra gli uomini, tutti gli uomini nessuno escluso, proprio per la universalità d’uso dell’immagine e dellamusica. E in ogni caso non si può che ricercare il meglio e il vantaggio dalle esperienze fattibili, cacciando a forza nella nostre teste pigre nuovi segni da capire, strutturare e organizzare. Teste che sono per lo più nutrite, o ne subiscono il tentativo dalle quotidiane banalità fornite dal diffuso elettrodomestico che ormai è in più stanze delle nostre case. E’ un invito forte alla riflessione insomma.

Infine……. la neurobiologia della cecità e della sordità la deposito agli atti. Ho cercato di fare quanto meglio so fare per costruire questa parte tecnica correttamente ma il senso della misura di questo giorno impone di fare così. Volendo si può andare a vedere quello che si sta conoscendo al riguardo in tanti luoghi di studio dove questo si fa per fornire dati e idee a chi agisce in un mondo che non ha solo bisogno di aiuto, di affetto e partecipazione ma anche di risposte che apportino conoscenza, competenza, riscontri, prospettive.

PSICOLOGIA DELLA GESTALT

Gestalten è un verbo che significa dare forma, ridurre a modello, strutturare.

La psicologia della Gestalt prende in esame la percezione delle forme del mondo esterno considerando come dalle informazioni analitiche

determinate dai fotoni sui recettori retinici si configurino strutture che permettono di riconoscere, classificare, capire e interagire con l’ambiente. rappresentandolo nel processo visivo secondo regole generali.

E’ abbastanza singolare che quando Christoph von Ehrenfels nel 1890 ipotizzò una funzione gestaltica del cervello per studiare la visione, utilizzò la percezione delle melodie. Valutò cioè una via gestaltica non visiva. Il processo da lui osservato faceva riferimento alla esistenza di una struttura mentale che caratterizzava una melodia non riducendola alla semplice sequenza delle note. Riteneva che c’era una speciale qualità che superava la semplice lettura di queste. Sosteneva con buona ragione che variando i singoli elementi tonali si può produrre una composizione di toni diversi che riconosciamo come una identica melodia. Sul piano più strettamente sperimentale il fondatore delle teorie gestaltiche è Max Wertheimer. Insieme ai suoi collaboratori Wolfgang Koehler e Kurt Koffka studia la percezione visiva del movimento apparente utilizzando la illuminazione stroboscopica.

Per chi desidera avere una comprensione di questo esperimento cardine si ricorda che si sta parlando di un fenomeno determinato dalla illuminazione di due barre che si spostano lungo un asse ortogonale e vengono illuminate alternativamente con un intervallo di 0.2 secondi. In tale condizione si riconoscono le due sbarre nella sequenza di movimento.

Se l’intervallo di illuminazione scende a 0.06 secondi si vede una sola barra che si sposta dalla posizione orizzontale a quella verticale e viceversa. In questo assetto si ha anche una sorta di definizione del campo, si vede in sostanza anche la barra in tutte le posizioni intermedie.

Se l’intervallo è ridotto ancora a 0.02 secondi si vedono le linee di inizio e di fine che costituiscono l’immagine ortogonale di inizio e di fine del movimento.

Era la precisazione che gli elementi degli insiemi percettivi non sono semplicemente messi sullo sfondo ma assumono una nuova modalità di percezione in relazione al modo nel quale si combinano e alla elaborazione dei processi encefalici della percezione. Dunque la percezione globale non è il risultato dell’analisi dei singoli componenti e in ogni caso non corrisponde alla loro semplice addizione. E’ questo il principio base della teoria della Gestalt.

Si riportano la serie delle leggi o regole che sottendono un insieme percettivo.

Le leggi della Gestalt

A) La legge della vicinanza disegno

le parti di un insieme percettivo vengono raccolte in unità conforme alla minima distanza.

B) La legge della somiglianza disegno

a parità di altre condizioni gli elementi di un insieme percettivo tendono a formare gruppi all’interno dei quali le caratteristiche sono più simili che tra gruppo e gruppo. Questa associazione può essere basata su analogie di colore, forma, dimensioni e altre caratteristiche.

Anche il movimento costituisce una “forza organizzatrice” tra elementi di un insieme percettivo che si muovono con una data velocità rispetto ad altri fermi, o che hanno velocità e direzioni diverse;

C) La legge della forma chiusa disegno

margini curvi chiusi vengono percepiti come un insieme e hanno più “energia” nel delimitare unità figurali rispetto a margini incompleti. Probabilmente gran parte dei fenomeni di mimetismo in natura sono dovuti alla “chiusura” di figure sulla pelle dell’animale con elementi dell’ambiente circostante;

D) La legge della “curva buona” o del “destino comune”

le parti che hanno un destino comune si costituiscono in unità più facilmente.

E) La legge del moto comune. disegno

Divengono unità quegli elementi che si muovono insieme o in modo simile.

F) La legge della buona forma. Disegno

è una legge comprensibile intuitivamente piuttosto che analiticamente; costituisce un fattore di organizzazione che “forma” oggetti equilibrati e armonici costituiti secondo il medesimo principio in tutte le loro parti.

Alla percezione della buona forma contribuiscono le regole prima descritte oltre alla simmetria, alla regolarità e alla esperienza passata.

G) La legge dell’esperienza

“Il SNC è plasmato sotto le condizioni dell’ambiente culturale e biologico”. L’esperienza passata o fattore empirico: è favorita la organizzazione del campo percettivo in oggetti o figure con cui abbiamo familiarità.

In una tale visione la esperienza individuale è “consolidamento d’una reazione, in sé e per sé naturale, del sistema ottico.

Si potrebbe anche parlare di una “predisposizione formale”.

Così l’educazione alla percezione visiva consiste nel creare questi processi di formalizzazione.

Infine sul comportamento pregnante i gestaltisti affermano che la pregnanza è un fattore non individuale ma generale che contribuisce alla determinazione delle forme ottiche.

I gestalisti della prima metà del ‘900, oltre allo studio della organizzazione interna di un oggetto, hanno anche analizzato l’organizzazione esterna di un insieme percettivo, cioè i rapporti tra figura e sfondo, gli oggetti che sono nel fuoco della nostra attenzione risaltano su uno sfondo più o meno omogeneo, famose sono le silhouette ambigue di Edgar Rubin che a seconda di cosa uno consideri sfondo e oggetto raffigurano calici o volti, mostrando una reversibilità dei rapporti figura-sfondo.

Donald D. Hoffman ha analizzato le “regole” in base a cui viene percepito il volto o il vaso nell’immagine ambigua: quando si assume come figura una faccia, il contorno della silhouette viene frazionato in parti confinanti a livello dei punti di massima curvatura negativa (definendo come curve negative quelle a concavità rivolta verso lo sfondo), lo stesso avviene quando si osserva il calice: in base a questo principio la silhouette del volto viene suddivisa in blocchi, corrispondenti a fronte, naso, labbra e mento; la silhouette del vaso viene suddivisa in orlo, calice gambo e base (fig. V.9 a, b).

Secondo quanto riportato da Hoffman, il nostro sistema visivo, nonostante l’ambiguità degli stimoli retinici (fig. V.10), genera descrizioni utili alla interazione con l’ambiente, alla sopravvivenza e adattabilità.

Per fare ciò sfrutta “regolarità” del mondo visivo, tra queste per es. la rigidità, la planarità e la trasversalità. Un esempio di utilizzazione della rigidità di un oggetto per la sua individuazione è la percezione di una sfera ruotante derivata dalla semplice rappresentazione in rapida successione di tre proiezioni su un piano di quattro punti non complanari situati a caso sulla superficie dell’oggetto corrispondenti a tre fasi successive di rotazione.

La planarità permette di individuare una persona che cammina dalla semplice rappresentazione su di un piano delle proiezioni di punti chiave del corpo (spalla, gomito, polso, anca, ginocchio, caviglia) ripresi in tre fasi consecutive del movimento: in questo caso non vale più la regola della rigidità dell’oggetto percepito, il sistema visivo deve utilizzare la “planarità” del movimento degli arti, il fatto cioè che gli arti che sorreggono il peso del corpo sono vincolati, data la struttura delle articolazioni ad oscillare su un piano nella normale deambulazione.

La trasversalità è un’altra regolarità sfruttata dal sistema visivo per darci interpretazioni utili del mondo; essa consiste nel fatto che, quando due superfici penetrano una nell’altra in modo casuale, si incontrano sempre in corrispondenza di una discontinuità concava; esempi di questa regola sono una cannuccia in un bicchiere contenente una bevanda, una sigaretta in bocca, un coltello affondato nella bistecca, etc; a questa regola può essere riportata la spiegazione delle silhouette ambigue di Rubin i cui contorni sono frazionati in corrispondenza dei punti di massima curvatura negativa (la concavità aperta verso lo sfondo) o l’immagine ambigua della scala reversibile (fig. V.11 a) in cui i gradini sono delimitati da linee di discontinuità concava, cioè da angoli diedri negativi (aperti verso l’esterno dell’oggetto); se si fissa per un tempo sufficiente questa immagine si ha l’inversione della scala: quelle che erano le facce di un gradino vanno a costituire le pareti di due gradini successivi separati da un angolo diedro che da positivo è diventato negativo. Lo stesso vale per l’illusione dei cubi reversibili (fig. V.11 b).

La dualità figura/sfondo (o contesto) non riguarda soltanto la percezione visiva, ma è condizione generale di ogni percezione e in particolare di quella uditiva in cui per es. un suono si stacca su uno sfondo di altri suoni o di silenzio.

Nelle opere musicali l’accompagnamento ha funzione di sfondo facendo risaltare il tema principale.

La teoria dell’informazione quando interagisce con la speculazione psicologica riguardo alla fenomenologia percettiva prospetta interessanti risoluzioni ad esempio esaminando una percezione come deformazione dell’oggetto, perché l’oggetto cambia secondo la disposizione, l’atteggiamento mentale e emozionale di chi percepisce, si può dire che la fenomenologia esplorativa si stabilizza per effetto di una risultante che origina da una forma che è vincente e si determina. Sono interessanti al riguardo le osservazioni di Ombredane che risponde alla domanda sulla origine delle forme definite non formulando una risposta gestaltica ricercando invece la genesi della strutturazione alla luce dei fattori che sono determinati dall’esperienza. Egli afferma che “un carattere fondamentale della percezione è dato dal fatto che essa risulta da un processo fluttuante che comporta scambi incessanti tra la disposizione del soggetto e le configurazioni possibili dell’oggetto e che queste configurazioni dell’oggetto sono più o meno stabili o instabili all’interno di un sistema temporo spaziale più o meno isolato, caratteristico dell’episodio comportamentale. La percezione può essere espressa in termini di probabilità sul modello di ciò che si vede nella termodinamica o nella teoria dell’informazione”. Così il percepito risulterebbe essere la configurazione che si è stabilizzata per cui si manifesta come raggruppamento ridondante delle informazioni utili che chi percepisce ha raccolto dal campo delle stimolazioni mentre si sviluppava la fenomenologia percettiva.

In questa osservazione si esprime una marcata differenza tra la gestaltistica “buona forma” e una fenomenica che risiede invece in una informazione minima comportante una ridondanza massima. In questa ottica la buona forma risulta essere la probabilità massima di un insieme percettivo fluttuante.

Il concetto di forma buona se espresso come probabilità statistica non è più correlato ad una necessità ontologica e non implica più una struttura predefinita, un codice, dei processi percettivi.

SEMINARIO DI ARTE TERAPIA

Rappresentarsi, inventare un’altra esperienza di sé, “svolgerla” secondo qualche modulo che in parte è scritto nella propria mente e in parte è indotto dalla rappresentazione e dal suo svolgimento.

Esprimersi usando un testo non espresso soltanto a parole, è parlare con il corpo molto più dell’uso consueto che se ne fa. Con la peculiarità di una verifica del proprio essere che si espone alle pressioni delle relazioni che sta svolgendo. E ciò accade in ogni caso, quale che sia la voglia di comunicare o la chiusura in sé stesso per indicare i due estremi del processo. L’attore, qualunque ruolo stia “interpretando” si confronta con Sé. Non si può incontrare l’inconscio a piacimento ma certamente l’ “attualità” della rappresentazione in qualche modo rimanda alla possibile genesi di comportamenti “svolti”e/o da svolgere. E qui debbo usare il concetto “rappresentazionale” per indicare gli specifici della invenzione-creazione funzionale del racconto. Così quando si svolge la rappresentazione che comunque si colloca tra invenzione, metafora, realtà di sé, che in ogni caso è lì nell’involucro del corpo, si arriva alla sigla del cambiamento, spesso con la voglia-remora di fermarsi e non andare avanti. Ma il camuffamento è vincente il più delle volte perché “si prende in carico la prosecuzione della storia”. E ogni storia è in ogni caso anche la nostra storia se la interpretiamo, per quanto possa essere diversa da ciò che si è.

Ma da curioso della percezione riservo uno spazio limitato ma essenziale alla ambiguità della forma assunta, ambiguità del significato che ricopre, ambiguità della dinamica di rappresentazione. Percepire è già interpretare, con la introduzione della rettificazione dei dati sensoriali nel corso della loro trasformazione che si attua nello svolgimento della nuova invenzione. Che si sviluppa su una parte di storia che è “già appartenuta” e che sta mettendo in accordo le percezioni attuali con la rappresentazione di sé collocata nello spazio e nel tempo precedente per una conoscenza “antica” che conteneva le “profezie” dello svolgimento.

Mi pare necessario riflettere sulla importanza della rappresentatività in sistemi comunicanti quelli degli uomini dunque estendibili all’universo delle rappresentazioni. Per superare la condizione dell’isolamento che sicuramente si presenta nell’attuarsi dell’esistere a ogni uomo. La analogia si applica quando il mondo ci lascia soli e noi ci sentiamo tali perché “non appariamo”. Si parla in queste situazioni di “qualità non espresse” spesso non dicendo la verità perché è impossibile non esprimersi e tutto al più si dice che è una situazione sottesa da espressioni passive, insomma ce la caviamo con un ossimoro.

In merito a ciò i principi teorici sono sovraesposti, c’è da fare e produrre uno sviluppo nella direzione della analisi concreta dei meccanismi di “cooperazione” che partecipano con la reciprocità possibile a far emergere il Sé dalla materia “inadatta a conformarsi”. Meccanismi che divengono “principi” se sono evoluti e cresciuti e che possono-dovrebbero, diventare la strategia caratterizzante il “comportamento nell’invenzione per essere”.

La riflessione sulla alienazione, l’alterità disumanizzante dell’uomo con gravi danni comunicativi e le risposte pratiche esperite, dovrebbero rappresentare la specificità e la unicità di un progetto “speciale” per più ragioni se si vuole insegnare la rappresentazione come dialogo che si inserisce nella pragmatica (me, te, gli altri, il mondo, le cose del mondo).

E cosa accade dentro la scatola chiusa che racchiude ed espande il mondo delle idee e delle cose?

Per esempio in quale misura si può fondare il rapporto tra analisi psicologica e modelli biologici su ciò che Freud vedeva legato ad un determinismo istintivo immutabile ora che ne sappiamo di più sul dottor cervello?

Se l’inconscio di un essere umano è prodotto dal filtro relazionale che non consente a certe espressioni di vita di innalzarsi alla “coscienza relata”,si prospettano alcune riflessioni.

Ognuno sa, se si interroga con rigore analitico, che non è così, almeno completamente. Ci sono segni che ci informano che è impossibile non comunicare anche per l’inconscio che infatti con linguaggio magari ignoto si esprime e c’è chi insegue le manifestazioni derivate.

Se è l’esistenza quotidiana che determina la possibilità e la probabilità di manifestarsi come coscienza, questo processo pragmatico, inoltre è sorretto anche dalla spiritualità, intesa nella sua alta funzione attributiva di “essenze” valoriali in ogni caso e per ogni cultura.

Le riflessioni recenti della filosofia della scienza prospettano la loro applicazione allo studio del comportamento interattivo dell’uomo attribuendo valori anche agli aspetti rappresentazionali. Ciò riguarda anche certi nostri “pazienti” che fino a quando non consideriamo “dentro di noi” persone è onesto chiamare così.

E le molteplici e complesse forme di intervento che si possono prospettare sono di fatto un modello di compendio della costruzione del Sé, grazie alle dinamiche della rappresentazione.

In questa sede, in questo progetto osservando gli insiemi delle attività che si propongono, si sta facendo una analisi deduttiva della mente quando non c’è una proposta comunicativa-relazionale nei termini della “normalità”. In questi casi alla base della analisi delle manifestazioni osservabili nella relazione costruita e inventata, sta il veicolo potente ed essenziale della comunicazione.

Un lavoro di questo tipo contiene infine il motivo della scelta accademica irrinunciabile e programmata: una scuola in sostanza per usare l’interpretazione tra semiotica e semeiotica attraverso le stratificazioni e i progetti esistenziali che motivano le trasformazioni del significato della comunicazione.

Pensieri, parole e cose divengono i segni della percezione della realtà e fondano i canoni di una simbolica “speciale” che ha il vantaggio di essere “aperta”.

Ciascuno ha una profonda e antica esperienza della percezione di sé e si è formato su essa delle concezioni “solide”, delle credenze, la cui essenzialità è fondata su una introspezione delle esperienze. Questo vuol dire, sviluppando il processo ideativo, su una presa di coscienza rappresentazionale che si pone in relazione con le situazioni che hanno evocato quelle esperienze.

Tutte queste attività introspettive suggeriscono l’importanza capitale della attenzione e delle rappresentazioni semantiche dei processi percettivi che si sono svolti nel tempo.

Se l’essere “proprio” dell’uomo è il suo essere “ciò che fa” si deve sviluppare l’ipotesi che il fare è determinato dall’intelletto e dalla volontà ma ciò introduce il valore del tempo nella sua fondamentale inferenza.

Una corretta teoria della mente (qui ragioniamo del cosa significa pensare e agire) si sviluppa in tre scale temporali diverse ognuna delle quali relabili alle dinamiche rappresentazionali:

1) quella lenta che considera miliardi di anni nei quali il nostro cervello si è strutturato e evoluto; siamo alle teorie cellulari ai primi processi di genesi strutturale.

2) Quella rapida che raccoglie settimane e anni dell’infanzia e fanciullezza che sottende il concludersi di un processo biologico che si palesa al mondo e ne diviene partecipe.

3) Quella di media velocità che riguarda secoli di sviluppo delle idee nel corso della storia, sostanzialmente vicenda degli umanesimi nel mondo.

Così la mente in definitiva si è costruita usando materia “priva di mente”, parti che sono molto più piccole e semplici di tutto ciò che si considera intelligente. Ma la mente come oggi ce la rappresentiamo non si riesce a spiegare partendo da questa considerazione che è certamente ingenua. Queste particelle semplicissime (funziona il retorico riferimento all’atomo tanto per fabbricare una dinamica afferrabile) è strategico chiamarle “agenti” perché svolgono funzioni. Una tale struttura richiede di rispondere a molte domande e lo faccio utilizzando le tesi di Marvin Minsky espresse nella “Società della mente” che certo si trova sul tavolo di ogni neuroscienziato anche quando magari non concorde con la sua conclusione “la mente è quello che fa il cervello”. In una ottica di nuovo umanesimo sono dell’opinione di usare il suo schema di interpretazione non esemplificandone la lettura in termini risolutivi. Se le “cose” del cervello sono strutturate in miliardi di “agenti”, di ogni agente ci si interroga su:

Funzionamento, Materia, Interazione, Origine, Eredità, Apprendimento, Natura , Autorità ,Intenzione, Competenza, Identità , Significato, Sensibilità

Consapevolezza.

E’ così evidente la natura di questi interrogativi che soltanto per un ulteriore specificazione ci si limita a rispondere a tre elementi dell’elenco.

“Funzionamento”: come operano gli agenti?

“Apprendimento”: come si producono agenti nuovi e si modificano i vecchi?

“Competenza”: come riescono i gruppi di agenti a fare ciò che gli agenti separati non riescono a fare?

E’ essenziale “aggiungere” una domanda basale costituita dalla “interazione” tra le agenzie: il quesito è “come comunicano?”

E’ un percorso che si “attraverserà” cercando di distinguere tra grado di mescolanza, disordine, disidentità, diversità e casualità imprevedibile (entropia insomma) e grado di ordine classificazione o prevedibilità di ogni aggregato (entropia negativa).

E’ la storia dell’uomo “continuo” che deve recuperare il senso della propria storia e identità. Altrimenti non ci si riconosce. Calvino (le città invisibili) fa gridare all’uomo di città che si sente smarrito “Non può essere! Anch’io, non so da quando, sono entrato in una città e da allora ho continuato ad addentrarmi per le vie. Ma come ho fatto ad arrivare dove tu dici, se mi trovavo in un’altra città lontanissima da Cecilia, e non ne sono ancora uscito?”

L’interlocutore capraio rispose “i luoghi si sono mescolati, Cecilia è dappertutto; qui una volta doveva esserci il prato della Salvia bassa. Le mie capre riconoscono le erbe dello spartitraffico”.

L’arte come criterio per non smarrirsi è la parabola del racconto. Per restare consapevolmente uomini “c’è da essere” in uno, cittadini e caprai, con a disposizione una straordinaria possibilità: cambiare “costume” proprio come si fa tra le quinte. Già il costume che è parte importante della “recita”.

Talora la sanità e l’equilibrio passano per il guardaroba che deve essere ben fornito e lo è perché è “aperto”. La rappresentazionalità infatti è la sintesi di “opera aperta”, indipendentemente e con, il gruppo 63 e le tesi di Menabò 5.

Questo progetto di rappresentarsi presenta una tecnica riabilitativa che passa per la scoperta valoriale della attivazione delle funzionidell’essere. Attuandola si stimolano funzioni mentali che sono assenti o deragliate ma soprattutto si mette mano, agendoci sù, al conflitto nevrotico stimolando il gusto della produzione creativa. Le basi neurofisiologiche di questi interventi utilizzano quello spazio funzionale del cervello che nel momento di cogliere un significato o di progettare attuare una modalità rappresentativa attiva un processo che dopo gli stimoli sensoriali e prima della gestualità attua una attività di decodificazione nel programma delle possibilità rappresentative che si allargano sui processi di aspettativa e di espressione. E’ un momento funzionale che si rifà alla probabilità di comparazione che la coscienza attua tra la realtà sensoriale, quella prospettica e quella memorizzata. Si determina così un momento da definire come immaginario. Nel processo mentale si attivano funzioni che sono automatiche, vincolate dalla prospettiva sincronica e diacronica che esiste tra la sensorialità e la futuribilità dell’esistere. Le azioni che ne nascono sono aleatorie, indirizzate, senza uno scopo prospettico e hanno come momento effettore la creatività dell’immaginario. Un immaginario posto tra il sogno e la ripetizione del mondo degli altri con il diritto e la voglia di fare una scelta soggettiva che si pone tra l’interpretatività della percezione e l’intenzionalità gestuale. Dunque si deve attuare un programma della realizzazione del sé da costruire tra il momento della scelta storica e la logicità o la illogicità del comportamento che si è venuto autonomizzando. Queste premesse allestiscono e attuano una disponibilità espressiva che si traduce altre modalità di comportamento che si inscrive nella costruzione delle altre funzioni come quella dell’ascolto e della espressione verbale. Se ne evincono contenuti comunicazionali che non sono parte integrante della quotidianità quando non rappresentata. Si attiva allora la caratteristica interattiva del messaggio il processo della aspettativa e/o della intenzionalità. L’individuo si interroga “che realtà è questa mia realtà di questo momento” e c’è un senso fondamentale nella domanda che ha come risposta “sto vivendo una esperienza vissuta che complessivamente coinvolge e non è conclusa da nessuno dei momenti che l’hanno caratterizzata. L’individuo modifica le modalità di dipendenza dagli altri riduce i confini spaziali e temporali consueti fabbricandone altri, supera possibili situazioni di impotenza, limitazione fragilità. Ora il corpo che era cosa sola con il proprio io diventa più o meno consapevolmente un’altra cosa. Dunque l’individuo sente che non è più sé stesso. Si attua una fase nella quale l’arte si accosta e si identifica al processo terapeutico. Da un certo punto di vista la medicina si appropria della espressione artistica. Viene in mente la espressione di Galeno “lo scopo dell’arte medica è la salute, il fine è ottenerla”. Si è ampliato il corredo delle scelte e sono aumentate le possibilità di attuarle. La scelta di una possibilità e la possibilità di una scelta costituiscono la struttura fondamentale del concetto di libertà e di libero arbitrio. Un progetto di questo tipo alla fine struttura una risposta apparentemente sviluppatasi come eterodossia, cioè estranea, degli altra, dei diversi, ma prima di finire come eresia configura un nuovo significato di cura che tende a correggere condizioni disarmoniche restituendo alla pratica il fine noetico della conoscenza del sé. Se dovessi sintetizzare è una modalità attraverso la quale il corpo attraverso le sue espressioni e la mente attraverso le sue suggestioni, rappresentano una autenticità che si oppone alla fissità dell’alienazione, il riconoscimento del dubbio e dell’invenzione come fonte del sapere, la consapevolezza che il rischio di inventarsi attuando delle scelte è anche una condizione basale della libertà.

// FRANCO FEDERICI

MINDSCAPE VS LANDSCAPE

Si può allestire oggi una teoria della città, largamente accettata e che superi la accezione pratica e concettualmente inutile di growth machine? Tra il marxismo umanistico e filosofico di H. Lefebvre e la political economy statunitense, le case e i luoghi dell’esistere, dell’incontro e dello scambio, delle regole e della gestione degli abusi, dell’organizzazione della vita e dello spazio per l’arte... che cosa furono, che cosa sono, che cosa diverranno?

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